Attenzione a non gridare subito al miracolo: chi riceve l’occhio bionico non ottiene nuovamente la vista
Ha sollevato molta attenzione il primo impianto di occhio bionico effettuato al Manchester Royal Eye Hospital su un paziente anziano affetto da maculopatia degenerativa. Eppure la tecnologia è ampiamente rodata in Italia e riscuote già da anni eccellenti risultati. All’ospedale ‘Carreggi’ di Firenze, è attiva l’oculistica guidata dal Professor Stanislao Rizzo che detiene il primato di impianti di Argus II (questo il nome del presidio) nel nostro Paese con 22 interventi, dal 2011 ad oggi. Una cifra considerevole, se si calcola che in tutto il mondo sono 150 gli interventi di questo tipo effettuati finora. “Va detto che i nostri impianti non hanno mai riguardato pazienti affetti da maculopatia – spiega il professor Rozzo in un’intervista rilasciata all’agenzia LaPresse -, quindi, effettivamente il caso di Manchester rappresenta una novità di cui la comunità scientifica esaminerà gli esiti in futuro”. Attenzione infatti a non gridare subito al miracolo: chi riceve l’occhio bionico non ottiene nuovamente la vista. “I pazienti su cui siamo intervenuti hanno perso completamente la capacità a seguito della retinite pigmentosa, una malattia degenerativa che colpisce una persona ogni 4mila in Italia e pure in giovane età – spiega l’oculista -. Dopo un’attenta selezione, operiamo il paziente ma lo avvertiamo che sarà in grado di vedere solo le forme degli oggetti, insieme alla percezione di fonti luminose e al massimo una scala di grigi”.
“Per le persone operate, si tratta di grandi risultati – commenta Rizzo – dalle ricadute anche sociali, se si pensa alla minore assistenza che in seguito all’intervento necessitano”. Il fattore economico è un particolare non da poco. Ogni Argus II costa al sistema sanitario nazionale oltre 100mila euro. “Anche per questo motivo la selezione dei pazienti va fatta con attenzione. Non vanno create illusioni ma preparati a un lungo follow up e miglioramento graduale”, aggiunge il responsabile di oculistica del ‘Careggi’. Quanto all’intervento vero e proprio, “l’esperienza acquisita – afferma nell’intervista a LaPresse, il professor Rizzo – ci ha permesso di ridurre la durata delle operazioni da 4 a 2 ore in anestesia totale”. La tecnologia utilizzata è innovativa: dopo l’intervento, il paziente indossa un paio di occhiali speciali che ha all’interno una telecamera e un computer in grado di stimolare i recettori dell’impianto. “La novità che viene da Manchester rappresenta comunque un’importante innovazione”, aggiunge il professor Matteo Piovella, Presidente della Società Italiana di Oftalmologia, sempre a LaPresse. “Oggi in Italia, la maculopatia rappresenta un’emergenza sociale perché una persona su 3 ne è affetta – sottolinea -. Il dato dimostra tutta la sua gravità se consideriamo che la patologia è degenerativa e porta alla cecità e che l’83% delle relazioni sociali è mediato dalla vista. Altri problemi come le cataratte, sono ormai considerati fenomeni della vecchiaia e non più patologie. Basti pensare che nel mondo ogni anno si eseguono 550mila correzioni con bassissimo impatto sul paziente”, conclude Piovella.
