“Le nostre conoscenze geologiche possono indirizzare sugli esiti di un possibile futuro evento sismico”
L’energia dei terremoti e’ diversa in funzione dell’ambiente geologico in cui avvengono. Queste, in estrema sintesi, le conslucioni di uno studio dell’Universita’ Sapienza di Roma in collaborazione con l’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio Nazionale delle Ricerche e con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports di Nature. Nello studio vengono distinti i gravimoti, ovvero i terremoti che si originano in ambienti in cui la crosta terrestre si dilata e l’energia liberata e’ principalmente dovuta alla forza di gravita’, come ad esempio i terremoti dell’Irpinia del 1980 o de L’Aquila del 2009; dagli elastomoti, ciuoe’ gli eventi sismici negli ambienti in cui la crosta si contrae e sono generati dalla liberazione di energia elastica, come nel caso del terremoto del 2011 del Giappone o dell’Emilia del 2012. La diversa evoluzione tra la parte superiore fredda della crosta, dove la deformazione si manifesta in modo episodico, e quella sottostante calda, dove invece la deformazione si attua in modo continuo, determina un gradiente di pressione in un volume di roccia in cui si accumula l’energia gravitazionale o elastica, a seconda appunto dell’ambiente geologico. La crosta si comporta di fatto come una spugna, per cui per esempio i fluidi reagiscono in modo opposto nei due diversi ambienti tettonici durante la lunga fase preparatoria del terremoto e nelle fasi immediatamente precedente, contemporanea e successiva all’evento. Secondo i ricercatori, sara’ dunque possibile riconoscere precursori sismici piu’ affidabili che finora non sono stati individuati proprio perche’ gli stessi segnali evolvono in modo opposto nei diversi ambienti tettonici. “Le nostre conoscenze geologiche possono indirizzare sugli esiti di un possibile futuro evento sismico: i gravimoti sembrano avere delle caratteristiche proprie rispetto agli altri terremoti e la mancanza di comprensione di queste differenze ha probabilmente impedito finora il riconoscimento di precursori utili e piu’ affidabili, ha spiegato Carlo Doglioni, uno degli autori dello studio.
