La scoperta della compagnia italiana Eni del giacimento di gas naturale in Egitto ha gettato panico in Israele: il piano energetico che il paese aveva messo a punto per il futuro, che prevedeva rifornimenti all’Egitto stesso, rischia di essere compromesso, con ripercussioni su tutta l’economia e sul mercato finanziario israeliano
L’annuncio della scoperta, da parte dell’Eni, del mega giacimento di gas naturale al largo delle coste egiziane sta causando un terremoto politico e finanziario in Israele, con possibili ripercussioni sui progetti energetici messi a punto dal governo di Benjamin Netanyahu. La scoperta del giacimento di Zohr rischia di compromettere il piano con il quale Israele prevedeva di esportare in Egitto il gas estratto dal giacimento Leviathan, non ancora operativo e il cui sviluppo è stato bloccato da un aspro dibattito politico interno riguardo alla regolamentazione dell’intero settore.
La vendita del gas israeliano al Cairo aveva inoltre lo scopo di prevenire nell’immediato eventuali forniture iraniane di gas alla Giordania, lasciata a secco dall’assenza di gas egiziano e, nel lungo termine, allo stesso Egitto. Una prospettiva che avrebbe avuto per Israele ripercussioni inaccettabili sul fronte della sicurezza e degli equilibri regionali. Conseguenza immediata dell’annuncio dell’Eni è stato, questa mattina, il crollo alla Borsa di Tel Aviv dei titoli delle aziende legate al progetto Leviathan. Ma, come sottolinea Haaretz, è tutto il piano energetico che Israele aveva messo a punto per il futuro ad essere “scosso” dalla scoperta italiana. Innanzitutto, scrive il quotidiano, il giacimento di Zohr potrebbe affossare irrimediabilmente le possibilità di sviluppo di Leviathan, che contava proprio sull’Egitto quale principale acquirente del gas estratto. Proventi, peraltro, che sarebbero serviti ad ammortizzare i costi di sviluppo del giacimento. Le aziende partner di Israele nel progetto Leviathan speravano di firmare un accordo della durata di 15 anni per esportare il gas estratto in un impianto British Gas nel nord dell’Egitto, chiuso da tempo a causa della mancanza di gas locale.
Anche i partner nell’altro giacimento israeliano offshore di Tamar contavano di esportare circa un quarto della produzione in un altro impianto egiziano di proprietà della spagnola Fenosa Gas, nella quale la stessa Eni ha una partecipazione importante. Proprio l’accordo tra il governo Netanyahu e le aziende partner del giacimento di Tamar è risultato particolarmente controverso, sottolinea Haaretz, a causa delle condizioni vantaggiose offerte alle aziende. Ad essere messa in discussione è quindi la capacità di analisi degli esperti del ministero degli Esteri israeliano, che sembrano aver sottovalutato le intenzioni del governo egiziano di sviluppare le proprie riserve naturali di gas, oltre al successo ottenuto nel persuadere gli investitori internazionali a puntare sul Paese. Un fatto ancora più sorprendente, considerando che l’Eni opera in Egitto dal 1954 e recentemente aveva siglato con il Cairo un accordo di investimenti del valore potenziale di 2 miliardi di dollari. Il Consiglio per la sicurezza nazionale di Israele si era spinto ancora più in là con le analisi, sostenendo che l’Egitto non sarebbe stato in grado di rifornire di gas gli impianti nel nord del Paese e quindi non vi sarebbe stato alcun rischio per le esportazioni dai giacimenti israeliani Leviathan e Tamar. Già ieri, dopo l’annuncio dell’Eni e in vista della presentazione questa settimana da parte del governo del nuovo accordo quadro sull’industria del gas, la deputata laburista Shelly Yacimovich ha riaperto la polemica: “Si scopre che l’Egitto non ha bisogno del nostro gas e il governo deve ora produrre un piano ragionevole, senza alimentare il panico e fabbricare immaginarie ragioni di sicurezza”. Per la Yacimovich, a questo punto, sarebbe “completamente sbagliato per Israele ingabbiarsi per un intero decennio in contratti draconiani a prezzi esorbitanti”. Incurante delle critiche, il ministro dell’Energia Yuval Steinitz ha ribadito le posizioni del governo. Israele, ha detto, deve rapidamente approvare il piano per il gas, perché “la scoperta del giacimento egiziano ci ricorda dolorosamente che, mentre Israele dorme in piedi e rimanda l’approvazione finale del piano e i progetti di nuove esplorazioni, il mondo è cambiato davanti ai nostri occhi”.