Le produzioni bio hanno anche il pregio di ‘ispirare’ comportamenti virtuosi: “Il biologico ha sempre trainato e favorito un’evoluzione delle altre produzioni verso sistemi più ecologici e sostenibili”
“Il valore aggiunto del vino biologico nasce principalmente in campo, nella conduzione del vigneto. L’agricoltura biologica, a differenza di quella ‘convenzionale’, limita al minimo l’impatto ambientale, preserva e rigenera la biodiversità, rispetta gli equilibri naturali e vieta l’impiego di pesticidi, diserbanti e concimi di sintesi chimica. Anche gli Ogm sono ovviamente banditi”. Così Alessandro Pulga, referente Icea settore Wine, spiega all’Adnkronos cos’è il vino bio e cosa prevede la normativa europea. “I viticoltori – spiega – curano la fertilità del terreno con sistemi naturali e solo in caso di necessità ricorrono a concimi e ammendanti organici naturali e rocce minerali ammessi delle normative europee. Le patologie della pianta e gli insetti nocivi si combattono utilizzando esclusivamente prodotti per la difesa di origine naturale o tecniche di lotta biologica”. “In cantina poi sono vietati gli additivi e coadiuvanti tecnologici e le tecnologie troppo invasive e problematiche per la salute, sia dell’uomo che dell’ambiente”, sintetizza. Più nel dettaglio: “L’enologo può contare solo su 44 sostanze, tra additivi e coadiuvanti tecnologici, quasi la metà rispetto a tutte quelle ammesse per i vini convenzionali. E’ ammessa l’aggiunta di mosti concentrati (Mc), anche rettificati (Mcr), a patto che siano ottenuti anch’essi da uve coltivate con metodo biologico”. Questione solfiti. “I vini biologici garantiscono un tenore in solfiti sempre inferiore ai limiti massimi ammessi per i vini convenzionali. In Europea, i limiti massimi consentiti nei vini convenzionali sono di 150mg/l per i vini rossi e di 200mg/l per i vini bianchi e rosati mentre nel biologico i limiti sono rispettivamente 100-120mg/l per i rossi e 150-170 mg/l per i bianchi e rosati”, afferma Pulga. Ma come distinguere un vino bio da uno che non lo è? “Occorre porre attenzione all’etichetta – dice l’esperto – I vini biologici, così come tutti gli altri prodotti certificati bio, riportano in etichetta il logo europeo (la bandierina verde con la fogliolina di stelle europee). Vicino al marchio europeo deve essere indicato il codice dell’organismo di controllo e l’effettiva origine (Ue/non Ue) degli ingredienti che lo costituiscono”. Così, “quando si legge Italia (o Spagna, Francia, ecc…), significa che il 100% degli ingredienti sono stati coltivati sul territorio nazionale”. Ci sono poi le ‘certificazioni’ volontarie che possono prevedere ulteriori restrizioni. “Lo standard Icea, contraddistinto dal marchio ‘Biolwine’, limita ulteriormente l’impiego di additivi e coadiuvanti tecnologici rispetto alla normativa comunitaria” e “prevede che il tenore massimo di anidride solforosa, espresso in milligrammi per litro (mg/l), non deve superare il 50% di quello ammesso nel regolamento Ue 606/2009”. Le produzioni bio hanno anche il pregio di ‘ispirare’ comportamenti virtuosi: “Il biologico ha sempre trainato e favorito un’evoluzione delle altre produzioni verso sistemi più ecologici e sostenibili”. Non solo: “Effettivamente agli albori del biologico era frequente incappare in vini biologici difettati e di qualità scadente, oggi invece possiamo contare su cantine che garantiscono un livello qualitativo del tutto comparabile e competitivo con i migliori vini convenzionali. In questo momento non sono i disciplinari del biologico il limite ma la capacità dell’agronomo in campo, quindi la qualità delle uve, e poi dell’enologo in cantina”. Il bio ‘sposa’ anche la causa vegan. “A differenza del passato oggi tra i vegani c’é? chi apprezza anche il consumo di vino, a condizione che nella produzione dello stesso non siano mai state utilizzate sostanze di origine animale, che nel vino non devono neanche essere dichiarate in etichetta, come le gelatine utilizzate per le chiarifiche, la colla di pesce, l’albumina, il lisozima, ecc…”. Così da qualche anno oltre ai “prodotti autocertificati dalle stesse aziende produttrici”, le cantine “possono contare anche su una vera e propria certificazione di parte terza Vegan”. Come quella di Icea che “prevede l’eliminazione di ogni sostanza di origine animale nella lavorazione del vino e di tutti gli altri prodotti alimentari destinati ai consumatori vegan. Nel promuovere i vini vegan, evidentemente, è? opportuno evitare ogni riferimento ad abbinamenti con carni, formaggi e uova”, conclude Pulga.
