I pazienti sottoposti a terapia medica nello studio hanno sviluppato un maggior numero di complicanze da diabete nel corso dei 5 anni, rispetto ai pazienti trattati chirurgicamente
“La capacità della chirurgia di garantire un ottimale controllo glicemico e una riduzione della necessità di insulina e altri farmaci dimostra che questo nuovo approccio terapeutico al diabete possa avere vantaggi anche sotto il profilo del rapporto costo-beneficio”. Lo sostiene Francesco Rubino, direttore della cattedra di Chirurgia bariatrica e metabolica del King’s College di Londra e senior author dello studio sul bisturi metabolico contro il diabete di tipo 2, eseguito in collaborazione dall’Università Cattolica, dal Policlinico Gemelli di Roma e dal King’s College di Londra. I pazienti sottoposti a terapia medica nello studio hanno sviluppato un maggior numero di complicanze da diabete nel corso dei 5 anni, rispetto ai pazienti trattati chirurgicamente. Gli autori suggeriscono comunque “cautela” nell’interpretate questo dato, viste le dimensioni relativamente piccole dello studio. “La minore incidenza di complicanze da diabete osservata in questo studio dopo il trattamento chirurgico – spiega Geltrude Mingrone, direttore dell’Unità operativa complessa di Patologie dell’obesità del Policlinico Gemelli – è in linea con i risultati di studi precedenti non randomizzati. Tuttavia lavori di maggiori dimensioni e idealmente multicentrici sono necessari per poter verificare in via definitiva se la chirurgia sia più efficace della terapia convenzionale anche in termini di riduzione delle complicanze, non solo di controllo glicemico. Ciò detto, è indubbio che la chirurgia metabolica è in grado di causare una drammatica riduzione del rischio cardiovascolare associato al diabete”. I pazienti sottoposti a chirurgia in questo studio hanno goduto di una maggiore riduzione del peso corporeo rispetto a quelli sottoposti a terapia tradizionale. Tuttavia non si è osservata alcuna differenza in termini di peso fra i pazienti chirurgici con e senza remissione di malattia. Analogamente, non si è osservata differenza fra i pazienti che hanno sviluppato recidiva di iperglicemia e coloro che sono invece riusciti a mantenere una remissione della malattia a lungo termine. Questa osservazione corrobora l’ipotesi che i meccanismi attraverso i quali la chirurgia migliora il diabete non siano legati alla perdita di peso. Studi sperimentali sul modello animale eseguiti in precedenza da Rubino avevano già dimostrato come le modificazioni dell’anatomia gastrointestinale possono avere effetti diretti sulla regolazione del metabolismo degli zuccheri e sul diabete. “I risultati di questo studio clinico – conclude – aggiungono ulteriore supporto all’evidenza scientifica che indica nel tratto gastrointestinale un target biologicamente ideale per interventi rivolti alla cura del diabete. In particolare, credo che questi risultati impongano il riconoscimento della chirurgia gastrointestinale come una legittima opzione terapeutica per il trattamento dei pazienti con diabete di tipo 2”. L’argomento sarà al centro della consensus conference ‘Diabetes Surgery Summit’ che si terrà a Londra il 28-30 settembre, nel corso del terzo Congresso mondiale sulle terapie interventistiche per il diabete. L’evento è organizzato dal King’s College London, in collaborazione con le maggiori organizzazioni diabetologiche del mondo.
