Non tutti i Paesi che partecipano alla Cop21 hanno le stesse intenzioni e gli stessi obbiettivi: la sfida sarà quella di trovare un punto di incontro valido e condiviso da tutti
Doveva iniziare lunedì 30 novembre, ma si è deciso di aprire con un giorno di anticipo. Al via dunque oggi, a Parigi, alla COP21, conferenza delle parti della Convenzione mondiale sul clima delle Nazioni Unite. La giornata odierna sarà dedicata a riunioni tecniche, pre-plenarie; lunedì, invece, partirà la grande kermesse, sebbene senza eventi, manifestazioni e raduni pubblici, a causa delle misure di sicurezza resesi necessarie dopo gli attacchi del 13 novembre nella capitale francese.
I leader di tutto il pianeta saranno dunque a Parigi per far fronte all’eccessivo impatto ambientale delle nostre industrie e in generale delle emissioni dei gas serra, che l’uomo ha quasi ignorato per quasi due secoli. Ora che il nostro Pianeta si sta ribellando, con i cambiamenti climatici in corso dovuti al riscaldamento globale che noi stessi abbiamo causato, sembra giunto il momento di dover correre ai ripari. Sperando che possa servire a qualcosa rimediare ora. Quel che è certo è che la Terra non ce la fa più, e l’unica cura che sembra possibile attualmente è quella di non superare i 2°C di innalzamento della temperatura globale. Altrimenti c’è il rischio di entrare in un territorio sconosciuto anche agli stessi scienziati. Dagli effetti sul clima ci sono già stati impatti forti in termini di geopolitica, di guerre e conflitti, con un pesante monito arrivato dall’Onu su prossime migrazioni epocali. Non c’è più tempo, dunque, essendo ormai prossimi ad arrivare già entro la fine dell’anno a +1 grado di aumento della temperatura globale.
In passato c’erano già stato dei tentativi in questo senso, ma il trattato di Kyoto è fallito, e peraltro sarebbe stato insufficiente dato che riguardava solo il 15% delle emissioni globali. Oggi l’obbiettivo primario da raggiungere è la decarbonizzazione. In passato non si è riusciti a raggiungere questo importante risultato, e ora, con questo nuovo sistema basato su contributi nazionali, si ipotizza che ogni Stato possa presentare liberamente la propria proposta per il massimo impegno possibile. Gli impegni sono di fatto arrivati da tutti gli Stati della Convenzione, 196, coprendo quasi il 100 per cento delle emissioni globali di CO2.
Questo però, non basterà comunque a salvare il Pianeta. Si stima infatti che gli impegni finora presi portano a 2,7 i gradi di aumento a fine secolo, risultato sicuramente migliore di quello che si calcolava in precedenza: 4,5° C, che avrebbero portato ad una sorta di Apocalisse. Attualmente il contributo dell’Europa unita alla COP di Parigi è senza dubbio tra i più alti: riduzione di almeno il 40% delle emissioni al 2030, la presenza di almeno il 27% in più di rinnovabili e del 27% in più di efficienza energetica. Gli Stati Uniti hanno da una parte la forte posizione sul climate change di Obama. Dall’altra, però, la solita opposizione interna delle grosse multinazionali, che porta a pensare che qualsiasi impegno preso sarà poi inficiato dal Congresso, come già accaduto in passato. Rimane ambigua la posizione della Cina, che sembrava tesa verso nuove posizioni più sensibili alle questioni ambientali, ma che alla viglia della conferenza di Parigi sembrano essere messe in discussione. Importante sarà poi il ruolo dei Paesi in via di sviluppo: fondamentale in questo senso il lavoro per un reale trasferimento tecnologico dai paesi sviluppati. Per l’obiettivo dei 2°C è infatti indispensabile la partecipazione dei Paesi in via di sviluppo.
