Il centro meteo traslocherà in via della Navicella, in una delle sedi del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria
Il bollettino meteo del 20 settembre 1870, il giorno della breccia di Porta Pia, recitava: “Bello. Cannonate al mattino, furfanterie fino a sera. Nord e sud-ovest leggero. Cresce poco il barometro“. Una delle tante testimonianze inestimabili presenti nel registro dell’osservatorio meteo del Collegio romano, la più antica sede di studio del clima a Roma. L’archivio contiene 3.300 faldoni che documentano 40 milioni di misurazioni eseguite dal 1876 sul meteo di tutta Italia (ex colonie incluse); nella biblioteca sono conservati 40.000 testi provenienti a tutto il mondo, su clima, astri e terremoti: il soffitto è affrescato con le immagini delle 12 principali stazioni meteo dell’epoca (Roma, Venezia, Milano, Padova, Salò, e così via). Al piano terra c’è l'”officina” dove venivano progettati e realizzati i pluviografi per misurare la pioggia, gli anemometri per il vento, gli umettometri per l’umidità, i barometri per la pressione. In quel luogo, un secolo e mezzo fa, venne inaugurata la “sezione presagi“, incaricata di fare le previsioni del tempo, dalla quale negli anni ’20 sarebbe nato il servizio meteorologico dell’aeronautica militare.

Entro il 31 dicembre – rendono noto i dipendenti della struttura in una nota affissa all’uscio – per “razionalizzare” le spese, il centro traslocherà in via della Navicella, in una delle sedi del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea). “Non ci è stata data nessuna garanzia sulla destinazione e possibilità di fruizione dell’archivio del centro, mentre sappiamo che la collezione di strumenti verrà spostata e la biblioteca passerà ai Beni culturali. In poche parole questo patrimonio verrà irrimediabilmente smembrato,” dichiara Maria Carmen Beltrano, ricercatrice nell’istituto dal 1982. I 15 dipendenti, i ricercatori e la segreteria, hanno chiesto al Crea di ripensarci e al commissario responsabile dell’ente, Salvatore Parlato, hanno consigliato di visitare l’istituto prima di decretarne la chiusura. “Con questo piano si distrugge e disperde un patrimonio storico e culturale scientifico di interesse nazionale ed internazionale e si demolisce una identità scientifica,” si legge nella nota dai lavoratori affissa sul portone di via del Caravita.
“La cosa più triste è che la razionalizzazione della spesa sta portando due enti incaricati di promuovere scienza e cultura come il Crea e il Ministero dei Beni culturali, che occuperà quelle stanze, alla dispersione di un patrimonio culturale e scientifico nazionale. Questa è la cosa che più ci affligge,” conclude la ricercatrice Maria Carmen Beltrano.