Ambiente: “la cerealicoltura è in crisi, ma c’è un futuro ed è nei grani antichi”

Filippo Drago è un giovane siciliano a cui si deve la riscoperta dei grani antichi, da cui potrebbe dipendere la ripresa del settore cerealicolo

Colpa forse dei prodotti industriali o del cibo spazzatura, ma la cerealicoltura è in crisi e ad affermarlo è Filippo Drago, giovane mugnaio siciliano, che qualche tempo fa ha riscoperto la Tummini’a, un grano duro integrale biologico e 100% made in Sicily, fondamentale per la produzione di pane nero di Castelvetrano, ad oggi presidio Slow Food. ”La cerealicoltura e’ in crisi, oggi non funziona piu’, si guadagna in centesimi. Ma c’e’ un futuro ed e’ nei grani antichi”, afferma Drago. Filippo Drago ha voluto dedicare il suo lavoro alla rivalutazione di alimenti tradizionali, ma dimenticati. Infatti, puntando sulle farine di qualità utilizzate nella molitura del grano a pietra naturale, produce giornalmente le busiate integrali, pasta tipica siciliana. ‘‘Il grano al molino viene pagato 26 centesimi cioe’ quanto costava in lire 30 anni fa. Mentre le varieta’ antiche sono quotate il triplo, mediamente 75 centesimi. La Tummini’a ha un prezzo politico di 85 centesimi mentre la granella la si trova anche a 1,20 euro. A dimostrazione che non piace solo il profumo delle farine naturali, piace l’idea e crescono le aree di produzione dei grani naturali. Come il Nero d’Abano Terme, molito sempre a Castelvetrano ma per valorizzare una varieta’ di grani veneti, in un progetto nato dopo 15 anni di collaborazione con i panificatori del Veneto. Idem per la granella di segale di Calabria”, spiega Drago. Il molino di Castelvetrano sarà protagonista del progetto di coltura che si svolgerà nell‘area archeologica di Selinunte. ”Il 3 aprile abbiamo seminato un ettaro sotto il Tempio C dell’area archeologica di Selinunte e gia’ c’e’ stato il primo raccolto: 15 quintali. Ora si riparte col secondo raccolto di Tumminia di cui sono stato nominato ‘custode’. Stiamo riattivando – conclude – un’attivita’ anticamente presente, basti pensare che nel parco di Selinunte l’universita’ di Bari ha portato in luce 80 fornaci’‘, conclude.