Dal furto nel 1969, al terremoto dell’Irpinia, ai pentiti di mafia che hanno dichiarato di averlo avuto per le mani e utilizzato come mezzo di scambio, la “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi” di Caravaggio non si trova da nessuna parte
La Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi che Caravaggio dipinse nel 1609, nel periodo in cui era fuggito in Sicilia e rubata a Palermo ormai 46 anni fa, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, è stata oggi sostituita da una versione hi-tech. Al furto della celebre opera d’arte non si è mai riusciti a venire a capo, nonostante le ricerche proseguano ancora oggi. Il dipinto è stato inserito a pieno titolo nella lista dei 10 capolavori più ricercati dalle polizie di tutto il mondo. E sul caso indagano persino Fbi e Scotland Yard.
Nel 1971 era apparsa qualche speranza di recuperarlo, quando è stato richiesto un riscatto. in realtà era una falsa pista, come tante altre. Nel 1984 Peter Watson, giornalista inglese, svela al mondo intero di aver aver portato avanti delle indagini per conto proprio: fingendosi un mercante d’arte senza scrupoli, per anni, ha frequentato il mondo dei ricettatori, fino a quando non gli sarebbe stato offerto proprio il Caravaggio. L’appuntamento per lo scambio era previsto per il 24 novembre 1980 a Laviano, in Irpinia. Ma solo 24 ore prima il devastante terremoto passato alla storia come uno dei più violenti, ha colpito la zona. Il racconto di Watson fa acqua da tutte le parti, ma gli investigatori comunque setacciano Laviano, perché il dipinto potrebbe essere rimasto sotto le macerie, ma l’indagine non porta a nulla.
Nel 1996, durante il processo a Giulio Andreotti, il pentito Francesco Marino Mannoia confessa di essere stato lui a portare a termine il furto, ma a quanto racconta la tela, piegata in otto per essere trasportata, si sarebbe distrutta. La pista mafiosa, in verità, era sempre stata battuta dagli inquirenti. E un altro pentito, Giovanni Brusca, dichiara che il quadro è intatto e la mafia lo avrebbe usato per trattare per la modifica della legge 41bis, quella che imponeva il carcere duro per reati di mafia, senza però ottenere nulla. Secondo un altro pentito, Salvatore Cangemi, la mafia esporrebbe il quadro durante i propri summit come simbolo di potere. Un pentito della famiglia di Porta Nuova, invece, ha fatto un’altra eclatante dichiarazione: la notte del furto, quando il quadro passò dai due ladri a Cosa nostra, venne custodito per una notte e poi fu portato in ponte Ammiraglio, regno del boss Pietro Vernengo. A questo punto passò di mano almeno altre due volte: da Vernengo a Rosario Riccobono e, da quest’ultimo, a Gerlando Alberti “u paccare'”, trafficante di droga titolare di una raffineria nel palermitano che lo avrebbe tenuto fino al 1981, quando è stato arrestato. Suo nipote Vincenzo La Piana, collaboratore di giustizia, raccontò di avere scavato egli stesso la fossa nella quale fu seppellita una cassa di ferro, con la droga ed il quadro, avvolto in un tappeto.
Le storie, fantasiosi e reali, sono dunque tante, ma è difficile scoprire dove stia la verità. Certo è che il Caravaggio è scomparso e dopo decenni le speranze di ritrovarlo sono sempre più deboli.
