Gli italiani sono al primo posto in Europa per speranza di vita per gli uomini (80,3 anni) e al terzo per le donne (85,2 anni). Allarmanti, invece, la sedentarietà e la cattiva alimentazione
L’Italia ha un livello di speranza di vita tra i più alti d’Europa, al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2, e la longevità continua ad aumentare. La mortalità infantile, per contro, scende ancora: siamo a 30 decessi ogni 10.000 nati vivi. E anche la mortalità per incidenti da mezzi di trasporto dei giovani (siamo a 0,8 vittime ogni 10.000 residenti) e quella per tumori maligni tra gli adulti (8,9 decessi per 10.000 residenti), sono scese sensibilmente. I dati sono stati presentati oggi dall’Istat in occasione della terza edizione del ‘Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes 2015)’. Il rapporto analizza i fattori che hanno un impatto diretto sul benessere umano e sull’ambiente attraverso 12 “ambiti”, divisi a loro volta in 130 indicatori: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi.
Migliorano, rispetto al 2005, anche le condizioni di salute fisica e continuano a diminuire i fumatori e i consumatori di alcol a rischio. Fra le criticità, non migliora la qualità della sopravvivenza e peggiora il benessere psicologico. Si conferma il trend crescente della mortalità per demenze e delle malattie del sistema nervoso tra gli anziani (27,3 decessi per 10mila abitanti), soprattutto tra i grandi anziani. Ancora troppo diffusi stili di vita non favorevoli al benessere fisico come la sedentarietà, che riguarda 4 persone su 10, e un non adeguato consumo di frutta e verdura. Le donne, che da sempre sono considerate più longeve, riescono a prevenire di più, mantenendo stili di vita più salutari, ma spesso sono penalizzate da patologie che comportano limitazioni nelle attività svolte abitualmente. Sono in aumento le differenze territoriali, con il sud che vede aumentare, anche per effetto della crisi, il proprio svantaggio nella speranza di vita (81,5 anni per il Mezzogiorno contro 82,5 anni per il Nord), nella qualità della vita (55,4 anni di speranza di vita in buona salute per il Mezzogiorno contro 60 anni per il Nord), nella mortalità infantile, nella salute fisica e psicologica e nei fattori di rischio legati agli stili di vita (sedentarietà, eccesso di peso e scorrette abitudini alimentari). E come sempre anche le disuguaglianze sociali influiscono sugli stili di vita: le persone con titolo di studio più alto, a parità di età, sono in migliori condizioni di salute fisica e mentale.
