Altro che ondate di freddo, eventi di “Burian” o nevicate stile 1985. La situazione sinottica continua e continuerà a rimanere bloccata almeno fino al periodo natalizio, con l’alta pressione dinamica sub-tropicale ancora grande protagonista sull’Italia e sul bacino centro-occidentale del Mediterraneo. Ciò si tradurrà in una circolazione ancora molto “lasca”, soprattutto nei bassi strati, con un conseguente ristagno dell’umidità e delle sostanze inquinanti nei bassi strati e smog elevatissimo in corrispondenza dei grandi centri urbani del centro-nord. C’è poco da fare, ma il persistere di queste forti anomalie termiche e bariche nell’area pacifica, coadiuvate da un forte ricompattamento della figura del vortice polare sopra il mar Glaciale Artico, favorirà una persistenza di questo robusto campo anticiclonico lungo le latitudini mediterranee, mentre il flusso perturbato principale proseguirà a scorrere lungo le medio-alte latitudini, mantenendo un elevatissimo indice zonale.
Una situazione che si accorda perfettamente in seno una configurazione da “AO” e “NAO” positive e di un “NAM” che nei giorni scorsi, in virtù dell’intenso raffreddamento del vortice polare stratosferico, ha sfondato la fatidica soglia dei +2.0. Purtroppo neanche per il medio-lungo si vedono cambiamenti significativi, capaci quantomeno di rimescolare l’aria nei bassi strati, ripulendola e abbassando sensibilmente le concentrazioni delle polveri sottili che da svariate settimane hanno di gran lunga sforato la soglia d’attenzione. E mentre Alpi e Appennini cominciano a rimenare spoglie di neve fresca, fin dai 2400-2500 metri, col passare dei giorni nella mente dei meteoappassionati torna a prospettarsi lo spettro dell’inverno 1989/1990, uno dei secchi che si ricordi negli ultimi 60 anni. Un inverno davvero terribile, dagli esiti disastrosi per la stagione sciistica nei principali impianti alpini e appenninici vista la cronica latitanza delle perturbazioni atlantiche, e quindi delle precipitazioni nevose.
Dopo un inizio di stagione piuttosto dinamico, con le prime avvezioni fredde nel mese di Novembre, proprio in coincidenza con l’esordio dell’inverno meteorologico un vasto campo anticiclonico decise di spostare il proprio baricentro proprio sul Mediterraneo centrale e sulle nostre regioni, persistendo sulle medesime posizioni per ben “100 giorni”. Non per caso venne chiamato “l’anticiclone dei 100 giorni”. Dal punto di vista sinottico in quel periodo, all’inizio del mese di Dicembre, un ricompattamento del vortice polare determinò un notevole innalzamento di latitudine del flusso perturbato principale (proprio come accade in questi giorni), il quale scorreva con elevate velocità zonali sopra i 50° di latitudini nord, costringendo le perturbazioni e i vari sistemi frontali atlantici a migrare dalle coste canadesi verso l’Islanda, il Regno Unito e la Scandinavia. Al contempo però la fascia anticiclonica sub-tropicale, facente capo al bordo più settentrionale della “Cella di Hadley” attiva fra l’Atlantico sub-tropicale e il Sahara, alimentata da un “getto sub-tropicale” insolitamente intenso ed elevato di latitudine per il periodo, tendeva ad espandersi verso le latitudini mediteranee e l’Italia, con un vasto campo di alti geopotenziali che dal Maghreb si distendeva fino al Mediterraneo centrale, stabilizzando la colonna d’aria nei medi e bassi strati.
La persistenza dell’anticiclone assicurò condizioni di tempo stabile e prevalentemente soleggiato su tutte le regioni, anche se sulle regioni settentrionali, specie sul Catino Padano, il ristagno dell’umidità e degli inquinanti nei bassi strati agevolavano spesso l’intensificazione delle nebbie, delle foschie, del freddo da inversione termica da irraggiamento (perdita di calore da parte del terreno). Quest’anticiclone perdurò per tutto Gennaio e gran parte del mese di Febbraio. Solo a cavallo della seconda decade del Febbraio del 1990, l’affondo e il transito di una saccatura causò una parentesi di instabilità, con piogge in pianure e un po’ di neve fresca fra Alpi e Appennino.
Ma l’anticiclone già dal 17 Febbraio ricominciò a chiudersi sul Mediterraneo centrale ripristinando le condizioni di piena stabilità già vissute in Dicembre e Gennaio, con cieli nuovamente limpidi e l’ingresso di correnti occidentali molto più miti che fecero schizzare i valori termici ben oltre la soglia dei +20°C, localmente anche +25°C, anche per merito dell’effetto favonico e dei venti di caduta dalle creste alpine che comprimendo l’aria verso il basso la deumidificano, scaldandola ulteriormente e in modo “anomalo” per il mese di Febbraio (a tutti gli effetti un mese ancora invernale). Basti pensare che in quei giorni a Torino, così come lungo le coste marchigiane e abruzzesi, si sfondarono i +25°C all’ombra, mentre solo a Genova la temperatura massima superava l’incredibile soglia dei +23°C, stabilendo il record di caldo mensile per il capoluogo ligure. Temperature elevatissime (isoterme superiori ai +10°C a 850 hpa) che causarono l’istantanea fusione di quella poca neve caduta a metà Febbraio sui monti.
“L’anticiclone dei 100 giorni” si prolungo per tutto il mese di Marzo fino alla metà di Aprile, allorquando si assistette ad un abbassamento di latitudine del flusso perturbato principale atlantico, con lo “storm track” nuovamente all’altezza del Mediterraneo. Le perturbazioni e i fronti atlantici così riportarono un po’ di piogge. Ma il danno ormai era stato fatto. La siccità andata avanti per mesi, il mancato innevamento di Alpi e Appennini causò una drastica riduzione delle risorse idriche, con fiumi in magra e corsi d’acqua del tutto inesistenti dopo “100 giorni” di clima secco e assenza di precipitazioni. In molte regioni l’assenza di precipitazioni provocò danni inestimabili al patrimonio boschivo e alla fauna, oltre a gravissimi ripercussioni sull’erogazione idrica in diverse città.
