Lo smog non è solo un problema ambientale, ma è dannoso anche per la nostra salute. Giovanni Viegi, docente dell’Università di Pisa e direttore dell’IBIM del Cnr ne spiega i motivi
Diverse città italiane e del mondo combattono costantemente con l’inquinamento, che supera i limiti consentiti dalla legge. Eppure non sembra passato tanto tempo “da quando Henry Antoine des Voeux, componente della Società londinese per l’abbattimento del fumo da carbone, coniò un nuovo termine “smog”, sintesi di due parole “smoky fog”, per identificare “quel qualcosa prodotto nelle grandi città, ma inesistente in campagna”, spiega il professore Giovanni Viegi, Direttore f.f. Istituto di Biomedicina e Immunologia Molecolare (IBIM) CNR, Palermo e Professore di “Effetti dell’inquinamento sulla salute”, Corso di Laurea in Scienze Ambientali, Università di Pisa. E sono “passati 63 anni dall’episodio acuto di Londra in cui, a causa dell’intenso e persistente smog, si registrarono oltre quattromila decessi aggiuntivi in meno di due settimane“, continua Viegi. E’ naturale che quindi, al contrario di come pensano molti, l’inquinamento causa morte e danni alla salute. Fu proprio quell’episodio che “segnò l’inizio di una nuova scienza, l’epidemiologia ambientale, la quale nell’ultimo mezzo secolo ha disegnato e condotto migliaia di studi di popolazione, evidenziando che l’inquinamento atmosferico è un fattore di rischio certo per malattie cardio-respiratorie“, spiega il professore.

A differenza di quanti credono in molti ” l’inquinamento atmosferico è associato a mortalità per malattie cardio-respiratorie, tumore al polmone, ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie (compresa la polmonite) e per asma, incidenza e riacutizzazione di asma, rinite allergica, sintomi respiratori (tosse, espettorato, respiro sibilante, difficoltà di respiro), riduzione della funzione respiratoria. Inoltre – continua Viegi – esso causa un incremento dell’assenteismo lavorativo e scolastico, nonché la necessità di aumentare le dosi di broncodilatatori nei pazienti con patologia ostruttiva cronica. Determina quindi enormi costi socio-economici” spiega. Adottare misure anti-inquinamento durature o modificare le nostre abitudini aiuterebbero a diminuire questo fenomeno così pericoloso. “Sono passati 10 anni da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS in italiano e francese, WHO in inglese) ha emanato le sue linee guida per il particolato atmosferico (PM), l’ozono (O3), il biossido di azoto (NO2), l’anidride solforosa. Tali limiti – prosegue il professore – con l’eccezione di quello per l’ossido di azoto, sono molto più restrittivi di quelli ammessi dall’Unione Europea (UE)“. E’ possibile, quindi, consultare il Rapporto dell’Agenzia Ambientale Europea pubblicato agli inizi di dicembre dove ” vi è una variazione enorme tra le stime delle percentuali di esposizione della popolazione europea agli inquinanti: ad es., per le particelle inalabili (PM10), secondo i limiti UE il 17-30% è esposto contro il61-83% secondo i limiti OMS; gli analoghi valori per le particelle fini (PM2.5) sono 9-14% e 87-93%, e quelli per l’ozono (inquinante tipicamente estivo) sono 14-15% e 97-98%, rispettivamente”, prosegue il professore.
“Le mappe – spiega Viegi – presenti nel Rapporto mostrano che la pianura padana ed alcune grandi città italiane sono tra le zone europee più inquinate. Il Rapporto stima anche il numero annuale delle morti premature (cioè avvenute prima dell’età aspettata, corrispondente all’aspettativa di vita per un tale paese, specifica per sesso) in Italia: 59500 per PM2.5, 3300 per O3, 21600 per NO2“, continua. Una recente iniziativa indicata dal professore conosciuta come Aphekom, promossa in 10 città europee, ha stimato che vivere vicino a strade trafficate causi il 15-30% di casi di asma e di cardiopatia ischemia e broncopneumopatia cronica ostruttiva. “In Italia, negli ultimi venticinque anni sono stati condotti molti studi epidemiologici per valutare gli effetti dell’inquinamento atmosferico nei centri abitati da parte di istituzioni sanitarie, università e CNR. I risultati pubblicati sia su riviste scientifiche sia sul Web sono stati concordanti con quelli degli studi condotti in altri Paesi, evidenziando la pericolosità dell’inquinamento atmosferico per la salute umana. Da citare, oltre alla partecipazione italiana a studi quali APHEA ed ESCAPE, tra i principali studi condotti in Italia: MISA-1, MISA-2, studio OMS delle 13 città italiane, EpiAir ed EpiAir2; tali studi – spiega Viegi – utilizzando statistiche sanitarie di routine e dati di monitoraggio ambientale hanno messo in relazione gli eventi sanitari acuti (mortalità, ricoveri ospedalieri) con i livelli di concentrazione degli inquinanti gassosi e particolati”.
“Gli Istituti CNR di Fisiologia Clinica (IFC) di Pisa e di Biomedicina ed Immunologia Molecolare (IBIM) di Palermo, oltre a contribuire agli studi succitati, hanno contribuito allo studio SIDRIA e condotto le indagini sui campioni di popolazione generale del Delta del Po e di Pisa e sul campione di adolescenti di Palermo, confermando gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico con questionari, spirometrie e test allergologici”, prosegue.”L’OMS nel Piano di Azione 2013-2020 contro le malattie non comunicabili (le quattro principali sono: malattie cardiovascolari, tumori, malattie respiratorie croniche, diabete) ha invitato i governi ad agire per l’abbattimento dei principali fattori di rischio evitabili, tra cui l’inquinamento atmosferico“, ha spiegato. Proprio l’Oms ha dichiarato, lo scorso anno, che la città più inquinata al mondo è New Delphi, dove è stato posto il divieto di circolazione con targhe alterne per 15 giorni; mentre Pechino è stata sulla cresta dell’onda, per l’allarme rosso lanciato e l’acquisto di bombolette d’aria dal Canada. “Per perseguire tali obiettivi, sono importanti i partenariati tra OMS, governi, istituzioni di ricerca, società scientifiche, associazioni di pazienti. Una tra le più attive è la Global Alliance against chronic Respiratory Diseases (GARD), di cui il CNR è co-fondatore: in Italia è coordinata dal Dipartimento di Prevenzione del Ministero della Salute. E’ inoltre essenziale investire adeguati fondi nel supporto della ricerca scientifica nel campo delle relazioni ambiente – salute. Come ha dimostrato la fase preliminare del Progetto Interdipartimentale Ambiente e Salute, gli istituti CNR hanno adeguate competenze interdisciplinari per rispondere alle esigenze conoscitive in questo settore in Italia“, ha concluso Viegi.