Medicina: è necessario non arrivare a un’era post-antibiotica

Poco più di 70 anni fa veniva messo in commercio il primo antibioticoe già si intravedono sinistramente le prime ombre di una possibile era post-antibiotica. La risposta del mondo medico a questo problema è difficile, ma la soluzione esiste“, spiega il dirigente della Simit (Società italiana malattie infettive e tropicali) Pierluigi Viale, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. “Non sta solo nella ricerca scientifica, che si sta muovendo instancabilmente verso nuovi paradigmi e terapie. Sta anche nell’acquisire, da parte della classe medica – spiega l’esperto – una maggiore responsabilizzazione rispetto alle prescrizioni, uscendo dal tradizionale individualismo terapeutico“. “Questo ambito gestionale e scientifico è certamente una delle grandi sfide dell’infettivologia di oggi. Difficile, ma percorribile – sottolinea ancora Viale – se si sapranno mantenere due aspetti fondamentali della professione medica: onestà intellettuale e multidisciplinarietà. Di fronte a questo problema, però, la classe medica non può essere lasciata sola ma ha bisogno di adeguato supporto politico e socialeNegli ultimi quarant’anni è stato possibile vedere cambi epocali rispetto a numerose condizioni di malattia – spiega ancora lo specialista – I trapianti di organo non sono più fantascienza, ma una procedura terapeutica riconosciuta per svariati organi; il tumore non è più una malattia associata a morte sicura, ma è divenuto un grave problema contro cui, in molti casi, si può combattere e in alcuni guarire; la patologie immunomediate hanno oggi prospettive terapeutiche impensabili solo dieci anni orsono; ai pazienti malati di Hiv si può prospettare realmente un futuro“.

Si potrebbe andare ancora avanti con questo elenco di successi in cui l’Italia non è seconda a nessuno – specifica Viale – ma è sufficiente fare riferimento al rapporto World Health Statistics 2015 dell’Organizzazione mondiale della sanità, che colloca l’Italia al secondo posto nel mondo per aspettativa di vita, ormai largamente superiore agli 80 anni per i bimbi nati oggi“. Ma tutti questi miglioramenti hanno un lato negativo: il rischio infettivo. “I pazienti anziani in primis, e poi tutti coloro che rientrano nella categorie prima citate – continua l’esperto – sono accomunati da un rischio infettivo elevato quanto persistente, perché vivono a lungo con uno status immunologico non ottimale. Queste persone sono particolarmente soggette ad infezioni sostenute da microrganismi normalmente poco aggressivi, che diventano invece killer pericolosi quando si confrontano con un macrorganismo non perfettamente in grado di difendersi. L’equazione del rischio infettivo è cambiata in questi anni – conclude Viale – a favore della popolazioni microbiche, che sono ecologicamente avvantaggiate rispetto ai macrorganismi. E la migliore testimonianza di questo vantaggio evolutivo è la progressiva selezione di specie e ceppi resistenti agli antimicrobici, conseguenza estrema di un utilizzo sempre più ampio di tali risorse, finalizzato a curare un numero di pazienti sempre maggiore“. E’ necessario dunque rivedere l’approccio contro questi microscopici nemici per allontanare il pericolo di un’era post-antibiotica.