Essere bilingui cambia le funzioni del cervello. A indagare sui vantaggi di parlare una seconda lingua sono diversi studi presentati durante il meeting annuale dell’AAAS (American association for the advancement of science) a Washington, DC. Esperti in bilinguismo spiegheranno come l’apprendimento di una seconda lingua, a qualsiasi età, non solo fa avanzare la conoscenza e la comprensione culturale a livello personale, ma migliora anche capacità di pensiero e agilità mentale. Si può sperare di ritardare, in questo modo, anche l’invecchiamento del cervello, tenuto in allenamento come un muscolo, e compensare i sintomi iniziali di demenza. Tra i ricercatori troviamo l’italiana Antonella Sorace ora all’Università di Edimburgo, dove ha fondato e dirige il Bilingualism Matters Centre, che si concentrerà sulla ricerca condotta sulle lingue parlate da minoranze, come ad esempio il gaelico e il sardo. L’idea è anche quella di capire se i benefici connessi con lingue usate solo da piccoli gruppi di persone siano coerenti con quelli legati all’apprendimento di idiomi più diffusi. Sorace si è detta “entusiasta di riflettere sulle esperienze di Edimburgo nel bilinguismo, come un esempio internazionale di avanguardia della ricerca scientifica e di impegno pubblico, e di condividere lo stato attuale degli studi in questo settore e la loro rilevanza per il grande pubblico“. A indagare sull’effetto di questo tipo di apprendimento è anche Judith Kroll, scienziata della Penn State University, che si è concentrata sulle alterazioni cerebrali. “Recenti studi – spiega – rivelano il modo in cui il bilinguismo cambia i network cerebrali che consentono l’apprendimento, sostiene una capacità di linguaggio fluente e facilita l’impresa di imparare cose nuove“. Le indagini hanno mostrato infatti che le strutture cerebrali dei bilingui sono diverse da quelle di chi parla una sola lingua. Tra le altre cose, consentendo di passare da una lingua all’altra con facilità e a comando. Kroll presenterà i suoi studi proprio al meeting di Washington, ed è convinta che le conseguenze del bilinguismo non siano limitate alla parola, ma “riflettano una riorganizzazione delle reti cerebrali che hanno implicazioni anche su altri aspetti cognitivi”.
