La scoperta delle onde gravitazionali è stata resa possibile dalla collaborazione degli scienziati italiani e statunitensi ed ha visto in prima linea i ricercatori perugini del Dipartimento universitario di Fisica e Geologia e della locale sezione dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. La scoperta è stata illustrata all’Università degli studi di Perugia in conferenza stampa a palazzo Murena, sede del rettorato. E’ stato evidenziato il ruolo svolto da ricercatori perugini che hanno creato nuove tecniche per la sospensione degli specchi, che altro non sono che il cuore del rivelatore stesso e permettono di rilevare gli spostamenti generati da un’onda gravitazionale. “Sono orgoglioso di questa scoperta – ha detto il rettore, Franco Moriconi – che proietta per importanza scientifica il nostro Ateneo a livello mondiale. Sono grato in particolare ai fisici perugini che si sono posti all’attenzione internazionale più volte in questi mesi: per le ricerche sull’antimateria, più recentemente per il lancio di un satellite cinese e ora per le onde gravitazionali. La presentazione di questo prezioso lavoro scientifico ha tra l’altro il merito di dare pubblico riconoscimento all’opera di eccellenza svolta dai nostri giovani ricercatori“.

La Sala del Dottorato, gremita di studenti, ha ascoltato la professoressa Caterina Petrillo, direttore del dipartimento di Fisica e geologia che ha sottolineato il valore della ricerca che nel campo della fisica viene svolta in collaborazione con altri. Per le onde gravitazionali “notevole è stato l’apporto di tutto il gruppo perugino – prosegue la nota – in modo particolare dai tecnici che hanno svolto un lavoro egregio nel garantire precisione e professionalità“. La scoperta è stata illustrata dal dottor Helios Vocca, responsabile del gruppo di Perugia per l’esperimento Virgo. “Gli scienziati della collaborazione Ligo/Virgo – ha detto – hanno captato, grazie agli interferometri Ligo, un segnale che, dopo analisi dettagliate, è stato identificato come onda gravitazionale: una vibrazione della struttura elastica che rappresenta lo spazio-tempo. L’analisi accurata del segnale osservato ha consentito di risalire al processo che ha generato l’onda: l’avvicinamento e la fusione di due buchi neri. Questi due giganti, uno di 29 e l’altro di 36 masse solari, si sono avvicinati muovendosi vorticosamente l’uno attorno all’altro a una distanza di circa 350 chilometri fino a fondersi in un unico buco nero con una massa pari a 62 volte quella del Sole generando, al termine di questo processo l’onda captata dai rivelatori Ligo. Non un punto di arrivo, ma – ha sottolineato Vocca – un punto di partenza che potrà riservare altre importanti e gradite sorprese, a cominciare da brevetti che consentono l’applicazione pratica delle scoperte anche nel campo della medicina“.