Nella provincia di Grosseto le ricerche condotte nel sito di Santa Marta si stanno rivelando di eccezionale importanza per la ricostruzione della vicenda storica di Colle Massari: un territorio strategico fra la valle dell’Ombrone e la val d’Orcia dove tutto iniziò con una grande villa romana. Le più recenti scoperte archeologiche sono illustrate dai ricercatori Stefano Campana, Francesco Brogi, Marianna Cirillo, Cristina Felici, Mariaelena Ghisleni, Elisa Rubegni e Emanuele Vaccaro del Laboratorio di Archeologia dei Paesaggi e Telerilevamento dell’Università di Siena nel nuovo fascicolo della rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore).
La Fondazione Bertarelli ha ‘adottato’ le ricerche che gli archeologi dell’Università di Siena stanno conducendo nel territorio di Cinigiano dal 2007 grazie al progetto “Carta Archeologica della Provincia di Grosseto“, tanto da acquistare un’intera area per consentire l’avvio degli scavi su quello che appariva come il più promettente sito archeologico del territorio. La sinergia che si è creata tra ricerca, conservazione e valorizzazione ha dato ragione a questa visione lungimirante, tanto che il sito di Santa Marta sta rivelando, a ogni nuova campagna, una formidabile quantità di notizie sulla millenaria storia del luogo. L’area archeologica di Santa Marta, che preliminarmente, in superficie, faceva pensare a quanto restava di una villa romana, è stata indagata con le più moderne metodiche non invasive, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza del deposito nelle sue diverse fasi e nella sua estensione.

Solo in età tardoantica, nel V secolo, i bagni perdono la loro funzione in concomitanza con un processo di ridefinizione degli spazi, di recupero e, infine, di spoliazione del materiale edilizio che si conclude intorno al VII secolo. Dopo la conclusione della fase tardoantica, il sito continua a vivere trasformandosi in un importante centro ecclesiastico con la pieve di Sant’Ippolito a Martura che, grazie agli scavi in corso, ha cominciato a rivelare la sua presenza sotto al successivo impianto di epoca romanica. La prima attestazione scritta di questa pieve risale al 1188 (dunque alla fase romanica), ma gli scavi hanno rivelato una fase altomedievale, precedente al Mille, quando la chiesa doveva essere più grande e dotata di un ricco apparato decorativo nonché circondata da sepolture importanti. Come pieve di Martura la chiesa rimane in funzione fino al 1500, quando fu decisa la costruzione, all’interno del vicino castello di Colle Massari, della cappella gentilizia di Santa Marta che da allora sostituì il più antico edificio di culto.
Quest’ultima era composta da uno spogliatoio (apodyterium) seguito dal frigidarium, e quindi dai due ambienti riscaldati del tepidarium, munito di abside, e del calidarium. La circolazione dell’aria calda era assicurata dal sistema dell’hypocaustum, che consentiva il passaggio di aria calda proveniente dal forno in apposite intercapedini poste sotto al pavimento, sorretto da colonnette (suspensurae), e lungo le pareti provviste di tubuli. Le tecniche costruttive consentono di datare l’edificio tra fine I e primi decenni del II secolo d.C. Sia il tepidarium che l’apodyterium sono dotati di pavimenti a mosaico. L’area termale, insieme alla grande sala di accesso, sembra aver avuto un utilizzo prolungato, forse sino agli inizi del V secolo. A sud del primo edificio termale che abbiamo visto, separate da un corridoio si trovano due cisterne per l’acqua rivestite di cocciopesto. Ma la loro posizione fa pensare che siano da mettere in relazione con un’altra terma poco distante. A causa di un minore interramento nel corso dei secoli, questo secondo complesso ha subito la distruzione, a causa delle arature, di gran parte degli alzati dei muri. Sono comunque leggibili parti dei bei pavimenti musivi e tutti gli ipocausti.
Esso, nel corso del V secolo, fu oggetto di una spoliazione dei pavimenti a mosaico e di parte delle murature. Lo scopo era il riutilizzo del materiale da costruzione e la fusione delle fistulae (tubazioni) in piombo per realizzare utensili. All’interno degli ambienti riscaldati questo riuso tardoantico avvenne muovendosi tra le colonnette delle suspensurae che solo in parte furono smontate. Per lo più esse servirono come appoggi per divisioni interne a scopi diversi (tra cui il seppellimento di un bambino in una tomba “alla cappuccina”). Dopo questa fase di spoliazioni, che sembra concludersi nel VI secolo, la vita proseguì su pavimenti in terra battuta nell’aula d’ingresso, mentre attività domestiche e artigianali si svilupparono nelle aree adiacenti. Le tracce di un’intensa occupazione si possono seguire fino al VII secolo, dopodiché tutto venne abbandonato. La prima attestazione nota di una pieve di Sant’Ippolito a Martura è del 1188. Successivamente, nel corso del Duecento, la pieve è oggetto di contesa tra la diocesi di Grosseto e il monastero camaldolese di Sant’Ambrogio a Montecelso, presso Monteriggioni (Si): il conflitto fu risolto con la concessione della piena autonomia alla plebe di Sant’Ippolito a Martura, che ebbe come suffraganee due chiese vicine.
La pieve di Sant’Ippolito a Martura continua a ospitare sepolture (finora ne sono state scavate cinquanta di fasi diverse), le più recenti in fosse terragne, databili tra XV e XVII secolo grazie alla presenza di rosari e medagliette devozionali.
