Nel corso degli ultimi 70 anni, i batteri hanno dimostrato di avere una forte capacità di resilienza, riuscendo ad adattarsi e a diventare resistenti ai vari antibiotici: se n’è discusso oggi a Milano durante un convegno organizzato dalla Società Italiana di Terapia Antinfettiva. “I provvedimenti da mettere in atto per contrastare la diffusione di questi micro-organismi sono ben conosciuti, ma non facilmente applicabili. L’educazione degli operatori sanitari al lavaggio delle mani e all’utilizzo dei guanti, lo screening dei portatori di questi batteri e il loro isolamento, lo screening dei contatti e la diagnosi microbiologica rapida sono azioni che, se applicate tutte insieme e da tutti gli ospedali, potrebbero arrestare questo preoccupante fenomeno. Mettere in atto tutto questo richiede un’azione centralizzata, che finora e’ mancata,” spiega Claudio Viscoli, Presidente della Societa’ Italiana di Terapia Antinfettiva.
“L’Italia è ai primi posti in Europa per antibiotico-resistenza. Recentemente, infatti, si sono evoluti ceppi capaci di resistere alla maggior parte degli antibiotici disponibili, come la Klebsiella pneumoniae, resistente ai carbapenemi, che è responsabile di circa un terzo di infezioni invasive da Klebsiella“, dichiara Gian Maria Rossolini, Direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia di A.O.U. Careggi di Firenze.
