Civita di Bagnoregio: fra i calanchi della “città che muore” sorge il museo delle frane

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Civita di Bagnoregio è un minuscolo borgo in provincia di Viterbo che attira turisti da tutto il mondo: il suo fascino deriva dalla stupenda posizione in una zona di calanchi e dalla fama di essere “la città che muore” a causa delle continue erosioni che sgretolano incessantemente il colle su cui sorge.

Raggiungibile soltanto a piedi, è collegata alla più importante e moderna Civita grazie a un lungo ponte pedonale. Fu in passato un importante insediamento etrusco, risalente a 2500 anni fa, poi città romana e quindi medioevale. Nel XIII secolo vi nacque San Bonaventura filosofo e teologo francescano.

Il colle su cui sorge, a 443 metri sul livello del mare, è formato da una parte sommitale di materiale vulcanico prodotto dall’attività dell’apparato Vulsino. Materiale depositato durante eruzioni avvenute fra 880 mila e 40 mila anni fa. La parte sottostante è invece una formazione argilloso-sabbiosa di origine marina risalente al Pleistocene inferiore (da 1.700.000 a 850.000 anni fa) con al tetto un piccolo livello sabbioso-ghiaioso.

Lo sperone di tufo (materiale vulcanico frutto di colate piroclastiche) si prolungava un tempo verso l’altura su cui sorge Bagnoregio, come si può vedere da incisioni del 1700, ma la disgregazione è stata tanto rapida che nel giro di pochi secoli tra i due centri si è aperto un baratro di quasi un chilometro.

credits: museogeologicoedellefrane.it
credits: museogeologicoedellefrane.it

Il bancone tufaceo è spesso 50-65 m e ha una buona consistenza. Questo rallenta l’erosione degli strati argillosi sottostanti, per cui quello che poteva essere un processo graduale e continuo di erosione è diventato un processo discontinuo caratterizzato da grandi frane distanziate nel tempo.

Il centro abitato, che ormai conta poche decine di residenti, va sempre più restringendosi a causa delle frane e a rischio sono le numerose testimonianze archeologiche e storiche: lungo i suoi vicoli si possono ammirare portali di basalto, cippi funerari romani, case medioevali e rinascimentali spesso in rovina, con archi e finestre che si affacciano nel vuoto. La casa natale di San Bonaventura ormai non esiste più, inghiottita da una delle frane.
Il paese si può raggiungere solo a piedi, attraversando il lungo ponte da cui si godono bei panorami.

Il piccolo centro è diventato un laboratorio naturale in cui a causa dell’estrema rapidità evolutiva dei fenomeni di dissesto idrogeologico è possibile sperimentare sistemi di monitoraggio e nuove tecniche di consolidamento.
Molto interessante da visitare il Museo geologico delle frane con testimonianze storiche e informazioni geologiche.
Nel territorio circostante la “Valle dei calanchi” offre forme del paesaggio uniche e particolarità geologiche rare.