Molti personaggi teatrali di Shakespeare, del quale ricorre quest’anno il quattrocentennale dalla morte (1616), credono nell’influsso degli astri sul destino dell’uomo; mentre alcuni di essi esprimono diffidenza per l’astrologia, riflettendo la probabile opinione dello scrittore. “Nel Re Lear, per esempio, Kent crede che le stelle influenzino il carattere (atto IV, scena 3), ma ciò viene negato da Edmondo (atto I, scena 2)”, spiega Luciano Anselmo dell’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione ‘Alessandro Faedo’ (Isti) del Cnr, che prosegue: “A quei tempi però praticamente tutti, Shakespeare incluso, credevano che stelle e pianeti, in particolare il sole e la Luna, esercitassero un’influenza sugli esseri umani oltre che sulla natura, mentre tra i dotti l’idea era più controversa anche perché, in contrasto con la dottrina della Chiesa sul libero arbitrio“. Come spiega Emanuele Guerrini sull’Almanacco della Scienza del CNR, molti sarebbero stati sicuramente d’accordo con Kent nell’affermare: “Son le stelle, le stelle al di sopra di noi, che governano le nostre inclinazioni: altrimenti il medesimo connubio non potrebbe dare origine a prole così diversa” (Re Lear, Atto IV, scena 3), ma Shakespeare apparteneva probabilmente a coloro che non condividevano questa visione del destino umano scritto nel cielo.

Tornando ai riferimenti astrologici nella drammaturgia di Shakespeare, come emerge anche dal lavoro di Moriz Sondheim ‘Shakespeare e l’astrologia del suo tempo‘, possono essere divisi in tre tipi. Gli ornamenti retorici usati per esprimere uno stato d’animo o un’atmosfera; i simboli per dare corpo a concetti astratti e l’affermazione o negazione della potenza delle stelle a intervenire nel destino umano. “Prendiamo l’Enrico VI (parte I) come esempio del primo”, continua il ricercatore Cnr: “’Voi, comete, che presagite mutazioni nei tempi e negli Stati, fate corruscare le vostre chiome luminose e con esse sferzate le malvagie stelle ribelli che hanno consentito alla morte di Enrico!’”. L’utilizzo simbolico appare invece nel sonetto XXV quando Shakespeare parla di ‘coloro ai quali arridono propizie le stelle’, o quando Romeo e Giulietta vengono definiti nel prologo “nati sotto cattiva stella”. Nel terzo caso, Shakespeare usa l’astrologia per indicare la forza del cielo sul destino dell’uomo, ad esempio quando Romeo viene a sapere della morte di Giulietta: “È proprio così? Allora io vi sfido, o stelle! … Ebbene, Giulietta, stasera io dormirò accanto a te” (Atto V, scena 1).
