Era adolescente quando, il 26 aprile di 30 anni fa, esplose il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl. I genitori, scrive Claudia Luise Torino di LaPresse, vendevano frutta e verdura in Lombardia e le conseguenze di quel tragico incidente si sentirono anche sulla sua famiglia. Così, diventata adulta, la signora Ava Mara ha deciso di impegnarsi nel volontariato per quella causa e da 12 anni apre la porta della sua casa per ospitare bimbi provenienti dall’area della tragedia. A LaPresse racconta la sua esperienza. DOMANDA: Come è nata la decisione di impegnarsi ad ospitare i bimbi? RISPOSTA: “E’ nato tutto per caso. Ero andata a scegliere dei regali per i miei nipotini e c’era un banchetto dell’associazione che si occupa di far venire in Lombardia i bimbi. Io non ho figli ma mi piacciono tanto i bambini, ho una casa grande e ho iniziato a pensarci. Poi i volontari dell’associazione mi avevano fatto un’ottima impressione. Ci ho pensato un po’, ero molto curiosa, e alla fine ho deciso di farlo. A dicembre 2003 ho preso contatti con l’associazione e a luglio ho accolto la prima bimba. Mi è successo anche di accogliere due volte lo stesso bimbo e l’esperienza è stata ancora più bella perché alla fine ci si conosce e si entra in sintonia con i piccoli ospiti“.
D: Qual è la maggiore difficoltà che ha incontrato? R: “All’inizio avevo il timore della lingua ma poi, come dico agli amici e alle persone che mi chiedono, c’è il linguaggio dell’amore che aiuta su tutto“. D: Riesce a rimanere in contatto con i bimbi che ospita? R: “Si, certo. Con lettere, email, telefonicamente. Dipende dai bimbi, alcuni sono più propensi dal punto di vista affettivo, altri sono più freddi. Non tutti sono affettuosi allo stesso modo, ma sono così anche i nostri bimbi. Sono in contatto con 4-5 di loro. Uno mi ha scritto una lettera bellissima, un altro lo sento sempre e c’è anche una mamma che mi tiene aggiornata sui progressi del figlio, ormai adolescente. Si instaurano dei rapporti positivi“. D: Quanti anni hanno i bimbi che vengono in Italia? R: “Hanno 8-9 anni circa. Sono bambini come tutti gli altri, intelligentissimi e svegli. Quello che ospiterò la prossima estate, che è la seconda volta che torna da me, ha 12 anni ma è un bimbo che ha qualche problema di crescita. Per alcune cose sembrano un po’ più piccoli dei nostri, anche perché i nostri hanno un bombardamento di stimoli che a volte è anche troppo“.
D: Serve ancora a 30 anni di distanza un soggiorno in Italia? R: “Non bisogna pensare che il problema di Chernobyl sia risolto. Le radiazioni possono ancora provocare danni. Quando i bambini arrivano vengono sottoposti a visite mediche, poi li sottoponiamo a radiografie alla tiroide, a visite agli occhi, li portiamo dal dentista, li portiamo al mare e mangiano meglio per un periodo. Se sappiamo che hanno problemi facciamo fare loro visite più approfondite. La valenza è medico-sanitaria sicuramente e poi aprono gli occhi verso il mondo, verso alcune situazioni che loro non vedono che non avrebbero mai conosciuto“. D: Lei che ricordo ha del giorno della tragedia? R: “Sono grande abbastanza per ricordare cosa accadde, avevo 17 anni. Ricordo questa esplosione bruttissima, tutti ne parlavano. E poi ricordo che per un po’ di tempo non si poteva mangiare verdura cruda e alcuni alimenti. Se ne parlò tanto e mi era rimasta impressa. Quell’anno è stato terribile, la mia mamma aveva un negozio di frutta e verdura e non poteva più vendere tanti ortaggi“.