Infermiera killer, la difesa: “Nessuna prova certa”

Fausta Bonino, l’infermiera accusata di aver ucciso 13 pazienti nell’ospedale di Piombino, si dichiara “innocente” e l’avv. difensore Cesarina Barghini ha sottolineato alla stampa: “Mi sorprende la sicurezza con la quale, in difetto di prove certe o quantomeno di un patrimonio di indizi idonei, si stia attribuendo alla mia assistita una condotta così efferata e, sulla base di questa insufficienza, si sia potuti arrivare ad una misura eccezionale come la custodia cautelare in carcere”.

“Dalla ricostruzione degli inquirenti non emergono elementi certi se non la presenza della mia assistita al momento degli eventi, che di per sé non può essere sufficiente. Inoltre le si stanno attribuendo 13 eventi di somministrazione di eparina quando, in realtà, gli approfondimenti sulla causa delle morti sono stati fatti solo in relazione a due-tre casi e si tratta comunque di accertamenti di parte senza contraddittorio”.

In tutto ciò  il gip Antonio Pirato ha fissato l’interrogatorio di garanzia a Fausta Bonino per lunedì 4 aprile, nel carcere di Pisa, luogo in cui la donna già si trova.

Il gip ha disposto l’arresto in quanto è stato ravvisato nell’infermiera il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.

Oggi il procuratore di Livorno, Ettore Squillace Greco, ha precisato che “non ci sono altri indagati” nell’inchiesta e “allo stato non abbiamo rilevato alcun elemento di responsabilità delle strutture sanitarie e, quindi, non c’è nessuna accusa nei confronti delle strutture sanitarie”.

I familiari delle vittime, appresa la notizia della morte provocata dall’infermiera a danno dei pazienti, si sono recati all’ospedale di Piombino e la stessa Asl ha contattato per telefono i cari delle persone uccise.

Tutte e tredici le vittime, seppur soffrendo di patologie diverse, hanno avuto una stessa morte comune: pazienti ricoverati in terapia intensiva con patologie risolvibili e interventi chirurgici, poi morirono nel giro di poche ore per inspiegabili e irrecuperabili emorragie.

Dalle autopsie effettuate si è subito dimostrato che  nel loro sangue era attivo un anticoagulante, pur non essendo stato prescritto:  l’eparina.