Furono 32 i militari dell’Esercito italiano morti e 242 quelli feriti durante il sisma che il 6 maggio 1976, con epicentro tra Gemona ed Artegna, devastò un’area di circa 5500 chilometri quadrati tra le province di Udine e Pordenone. Il bilancio sarà di 989 morti, 40.000 sfollati, 20.000 abitazioni distrutte e quasi 80.000 danneggiate. L’intervento dell’Esercito fu immediato, di massa e soprattutto spontaneo: già dopo due ore dall’evento partirono le prime colonne di soccorsi e furono costituiti dei centri direzionali per la gestione delle attività. I militari, spiega una nota dell’Esercito, si prodigarono giorno e notte senza risparmio di energia in interventi di recupero e sgombero feriti, tumulazione di salme, assistenza sanitaria e rifornimento viveri alle popolazioni colpite (distribuite oltre 70000 pasti al giorno).

L’intervento dell’Esercito in soccorso alla popolazione friuliana rappresentò il prodomo della nascita della protezione civile che da quelle macerie ebbe origine grazie all’opera del commissario straordinario per l’emergenza, Giuseppe Zamberletti. Fondamentale anche il contributo e il supporto dato dalle forze armate straniere: svizzeri, tedeschi, austriaci, francesi, americani e canadesi di cui va ricordato il capitano pilota Ronald Mc Bride che durante un’operazione di soccorso precipitò con l’elicottero nella valle del torrente Leale nel comune di Trasaghis. Nel suo intervento di soccorso alle popolazioni l’Esercito fu coadiuvato da assetti dell’Aeronautica Militare che assicurò il ponte aereo e della Marina Militare con due ospedali da campo e i rifornimenti via mare. I cittadini non hanno mai dimenticato il contributo offerto dagli uomini con le stellette. Indimenticabile, qualche mese dopo il terremoto, continua la nota, la frase di uno studente di Gemona che sul suo quaderno aveva appuntato la seguente frase: ”io, quando viene il terremoto vado nella tenda dei militari così io, non ho più paura..”