Il mese di Giugno, come da previsione, sta continuando a mostrarci il suo volto instabile, con lo sviluppo quasi quotidiano di rovesci e intensi temporali di calore pomeridiani lungo la dorsale appenninica e l’area alpina e prealpina. A tratti i fenomeni temporaleschi hanno assunto una notevole intensità, in particolare sulle aree pedemontane, dando luogo a locali nubifragi e occasionali grandinate, con chicchi di piccole e medie dimensioni, accompagnati da una intensa attività elettrica e tuoni veramente fragorosi. L’intensa attività temporalesca di questi giorni, in particolare di oggi, è frutto dell’intenso “gradiente termico verticale” (forti contrasti termici in seno alla colonna d’aria) lasciato in eredità da una vecchia circolazione depressionaria in quota, evoluta in un minimo barico relativo in lento spostamento verso il sud.

Questo tipo di temporali, associati all’instabilità dell’aria (e non a fronti o perturbazioni organizzate), si formano frequentemente nella stagione calda, fra la primavera (a cominciare dal mese di Aprile e Maggio), l’estate e la prima parte della stagione autunnale, nelle regioni dove l’innesco dei moti convettivi (correnti ascendenti) è agevolato da estese calme orizzontali delle masse d’aria e dall‘intensa e prolungata insolazione diurna. Quando un’area piuttosto umida è esposta al lungo ad un forte riscaldamento, indotto dalla forte insolazione, l’aria umida preesistente presso il suolo tende ad ascendere verso l’alto, formando dei cumuli piuttosto elevati, dall’aspetto torreggiante.
Durante la giornata, il movimento ascendente delle masse d’aria, legato alle “termiche“, e l’instabilità atmosferica aumentano in modo sensibile. Tale situazione favorisce l’addensamento di masse cumuliformi, le parti superiori si innalzano sempre più, mentre le basi si anneriscono, divenendo scure e minacciose. In questa fase la nube comincia ad assumere la forma di un grosso congesto che si evolve successivamente in cumulonembo, con la classica incudine lungo la sommità dell’imponente nube verticale. Dalla parte superiore sfuggono dei filamenti fibrosi che vengono chiamati “falsi cirri” i quali indicano come la “termica” in questa fase abbia raggiunto il limite superiore della troposfera, determinando la maturazione del cumulonembo.
Tale punta è detta “naso del temporale” coincide con lo sfondamento dell’aria fredda discendente, tanto che il termometro può registrare un calo termico dell’ordine dei -5°C -6°C. Dopo il passaggio del temporale la pressione riprende il suo valore normale, mentre la temperatura riprende a salire.
I temporali “termoconvettivi” (o di calore) sono molto più frequenti nelle regioni equatoriali e tropicali, dove caratterizzano l’intera stagione delle piogge, diminuendo in genere con la latitudine.
Nelle regioni continentali la massima frequenza dei temporali di calore si verifica nelle prime ore del pomeriggio, mentre sui mari e lungo le coste il momento migliore è la notte e la prima mattinata. Il periodo annuo mostra un massimo proprio nei mesi più caldi. Nelle regioni tropicali i temporali di calore sono molto più frequenti che alle nostre latitudini, specie durante la stagione delle piogge, rappresentando l’essenza di questa. Le piogge “zenitali” della fascia tropicale sono in larga parte attribuite a fenomeni di “termoconvenzione” che esplodono al termine del periodo più caldo dell’anno. I temporali di calore di solito sono per lo più semi/stazionari, con velocità di propagazione molto basse, a differenza dei temporali frontali che possono muoversi a velocità considerevoli, anche di 30-40 km/h.