Le lacrime sono un anestetico naturale che suscitano tenerezza ed empatia e ci aiutano a non farci ammalare. Le lacrime non sono altro che il mistero più affascinante della nostra specie. Infatti, dal primo respiro l’uomo è l’unico essere vivente che riesce a piangere. “Tutti presentano una lacrimazione che serve a proteggere l’occhio ma la lacrimazione come espressione delle emozioni non esiste tra gli animali“, conferma all’Agi Carlo Rondinini, docente di Conservazione della Fauna alla Facolta’ di Scienza matematiche, fisiche e naturali dell’Universita’ La Sapienza. “Alcuni animali ‘sociali’ presentano delle forme di espressione del dolore o del cordoglio. Ad esempio, gli elefanti si fermano a osservare e toccare gli altri elefanti morti nel branco. E il delfino continua a prendersi cura degli esemplari morti, come se non riuscisse a distaccarsi. Ma sono forme di espressione meno vistose del pianto“.
“La produzione di lacrime ha innanzitutto una ragione fisiologica: difendere l’occhio e idratare la cornea“, spiega Camillo Loriedo, docente di Psichiatria dell’Universita’ la Sapienza. “La scoperta all’interno delle lacrime di alcune sostanze che hanno un effetto anestetico, le encefaline, oppioidi endogeni che servono ad attutire il dolore, conferma l’ipotesi che le lacrime siano una riposta a un fastidio, ad esempio l’ingresso nell’occhio di un corpo estraneo“. Perché si piange anche quando l’occhio non subisce nulla? “Le lacrime di tipo emotivo comunque assolvono ad una funzione simile“, sottolinea Loriedo. “Contengono un analgesico e quindi hanno un effetto analgesico. Riducono la sofferenza degli occhi ma vengono anche assorbite internamente“. Il pianto inoltre, prosegue lo psichiatra, “ha un effetto sugli altri. Piangiamo per suscitare tenerezza ed empatia. E’ una richiesta di aiuto. Nelle interpretazioni etologiche prevale l’idea che il nemico non dovrebbe attaccarti se piangi“. Le lacrime esprimono anche “condivisione: piangere insieme, per lo stesso avvenimento, vuol dire che siamo uniti e questo ci da’ la possibilita’ di affrontare insieme sfide e difficolta'”. “Quando c’e’ un’emozione forte, essa genera l’attivazione di una parte del cervello, il sistema limbico, che produce acetilcolina. Si tratta di un neurotrasmettitore che, entrato in circolo, quando arriva all’altezza delle palpebre fa attivare il sistema lacrimale“, chiarisce lo psichiatra.
“La componente ormonale femminile predispone a reazioni emozionali piu’ intense e piu’ variabili“, sottolinea l’esperto. “Non vedo perche’ l’uomo debba soffrire piu’ della donna“, afferma lo psichiatra. “Piangere fa sicuramente bene, e’ liberatorio, da’ una sensazione di benessere e permette di condividere un’esperienza di empatia e di sostegno. Ammesso che si voglia interpretarlo come segno di debolezza, e’ comunque una debolezza che induce altre persone alla solidarieta’. Riconoscere che si ha bisogno di aiuto, non e’ certo un segnale di resa ma esprime voglia di recuperare e ristabilire rapporti con gli altri, fattori determinanti nei processi di guarigione“. Anzi, sottolinea Loriedo, “riuscire ad esprimere la propria sofferenza quando c’e’ un dispiacere o una perdita, significa esporsi meno alle patologie, recuperando prima“. In questo senso possiamo affermare che “piangere fa ammalare di meno e sopportare meglio gli eventi avversi“.
“Il pianto e’ una forma di comunicazione che pero’ nelle diverse culture e nel corso della storia e del pensiero occidentale ha avuto significazioni diversissime“, spiega Laura Faranda, docente di Antropologia culturale alla Sapienza. “Ai tempi omerici le lacrime sono, in qualche modo, il segno dei re. Pensiamo ad Ulisse alla corte di Alcinoo, che lo ospita e lo sfama. Quando il sovrano vede Odisseo in lacrime, gli offre in sposa la figlia. Nel mondo antico tutti gli eroi piangono. E quanto piu l’eroe si carica di pathos, tanto piu’ e’ seguito. Il pianto, l’emozione sono la misura dell’eroismo“. Dunque, “finche’ il pianto e’ stato appannaggio di una cultura pre-platonica di oralita’ primaria, il modello del sapere viene spesso associato al modello della sofferenza. L’Agamennone di Eschilo lo dice chiaramente: solo chi soffre sa. Per poter avere la percezione del mondo bisogna saper soffrire, l’apprendistato di dolore serve per piegare il tempo all’avventura conoscitiva“. In fondo, prosegue l’antropologa, “tutte le pratiche iniziatiche sono modelli che inducono alla conquista del sapere attraverso la sofferenza. Solo chi piange, rende intellegibile il dolore“. Da Platone in poi, gli uomini perdono il diritto di piangere.
