Una discesa all’inferno. Gli specialisti prendono in prestito l’immagine dei cerchi danteschi per rendere l’idea del percorso dei malati stretti nella morsa delle malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici). Più la patologia resta cronicamente attiva, più il paziente viene spinto giù, da un limbo iniziale fino al vero e proprio inferno. “Fino al danno d’organo. E da qui è difficile risalire e tornare indietro al punto di partenza, nonostante l’aiuto del bisturi“, spiega oggi durante un incontro a Milano Fernando Rizzello, ricercatore del Dipartimento di scienze mediche e chirurgiche dell’università di Bologna. E’ una parabola discendente che i malati – molti dei quali giovani di 20-30 anni, nel pieno della carriera lavorativa e con famiglia – conoscono bene.

“E’ difficile dire a un giovane che deve seguire una terapia a vita – aggiunge l’esperto – Certo, l’avvento dei farmaci biologici ci ha permesso approcci diversi, innovativi. Ma circa la metà dei pazienti non risponde alle terapie e altri se ne perdono strada facendo“. Si registrano sia alte percentuali di mancata risposta primaria (tra il 25 e il 50%), ma anche perdita di risposta secondaria (tra il 30 e il 50%). Proprio per questi pazienti è ora disponibile una nuova opzione terapeutica. Takeda Italia annuncia l’arrivo dell’anticorpo monoclonale vedolizumab, un farmaco biotecnologico a selettività intestinale, approvato per il trattamento di adulti con colite ulcerosa e malattia di Crohn in forma attiva da moderata a grave che hanno avuto una risposta inadeguata, una perdita di risposta, o si sono dimostrati intolleranti alla terapia convenzionale o a un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa.
La richiesta per l’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco è stata supportata dagli studi ‘Gemini’, un programma clinico composto da 4 trial che ha coinvolto circa 3 mila pazienti in quasi 40 Paesi. “Dai dati è emersa la velocità d’azione, che in una buona percentuale di pazienti si ottiene già a 6 settimane dall’inizio del trattamento. E si è osservata anche una riparazione del danno strutturale: più del 90% ha un miglioramento delle ulcere intestinali. La remissione viene mantenuta fino a un anno e abbiamo anche dati nel lungo termine (gli studi si sono prolungati fino a 3 anni) che ci dicono che vedolizumab funziona nel mantenere la risposta del paziente“.
Un buon rapporto con il medico e con il personale sanitaio coinvolto nel percorso di cura “è cruciale – continua Leone – Soprattutto se si pensa che, come emerso da un’indagine, ci sono pazienti che interrompono la terapia all’insaputa del medico o che scelgono di non seguirla più per scetticismo verso il camice bianco“. Spesso basta poco a fare la differenza. Un ‘angelo della corsia’, per esempio. Infermieri specializzati che in ospedale “prendono in carico il paziente in sala d’infusione e forniscono non solo un aiuto operativo, ma anche un primo supporto psicologico“, spiega Simona Radice, Ibd Nurse dell’Istituto clinico Humanitas.
In questo senso, continua l’esperta, “la possibilità di avere una terapia a disposizione che ha un tempo infusionale estremamente ridotto, e che viene somministrato a regime ogni 2 mesi, permette una pianificazione di una vita normale e può aiutare a migliorare lo stato psicologico e il clima familiare. Ho visto occhi pieni di paura e angoscia in pazienti nei quali i farmaci non funzionavano più, e poi la speranza nel loro sguardo davanti alla possibilità di non tornare di nuovo nel personale inferno quotidiano che si erano lasciati alle spalle“.
(Adnkronos)