Ricerca: fegato grasso, un mini organo in 3D su chip per la diagnosi precoce

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Un semplice prelievo di sangue per sapere con esattezza se e quanto il nostro fegato è ‘grasso‘: sarà possibile nel prossimo futuro grazie a uno studio dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, pubblicato su ‘Plos One’. La ricerca dell’Unità operativa di ingegneria tissutale e chimica per l’ingegneria del Campus Bio-Medico, svolta in collaborazione con l’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Cnr, apre ora la strada all’individuazione di possibili biomarcatori per la diagnosi precoce e non invasiva della steatosi epatica, il cosiddetto fegato grasso, mediante il prelievo ematico. Una possibilità inedita, che permetterebbe di somministrare terapie tempestive e mirate per la cura della sindrome. La nuova frontiera è ora possibile grazie allo sviluppo di una particolare piattaforma di studio in 3D, che consiste in un chip microfluidico in cui coltivare cellule epatiche da sottoporre ad accumulo di lipidi. In questo modo i ricercatori hanno ricreato un modello fisiopatologico il più possibile vicino a ciò che avviene nel fegato umano. La steatosi epatica non alcolica è una patologia che colpisce in maniera indiscriminata sia adulti che bambini nella maggior parte dei gruppi etnici, e ha un tasso di incidenza tra il 10 e il 25% della popolazione globale, in aumento negli ultimi anni soprattutto per la crescita dei soggetti obesi. In Italia, secondo dai recenti, ne soffre circa il 25% della popolazione. Una malattia benigna in sé eppure temibile, perché può rappresentare un fattore predisponente di patologie epatiche più gravi, quali la steatoepatite, caratterizzata da infiammazione e necrosi del fegato, e può condurre successivamente alla fibrosi e cirrosi epatica. Il 5-10% dei pazienti con cirrosi del fegato sviluppano l’epatocarcinoma, terza causa di morte per cancro nel mondo. Attualmente la steatosi epatica può essere diagnosticata con precisione solo attraverso la biopsia epatica, un esame invasivo e costoso che prevede un prelievo di tessuto epatico da sottoporre a esame istologico, o tramite ultrasonografia, test di screening che presenta però limiti in termini di sensibilità e specificità. Ebbene, l’ambiente simulato in 3D è molto simile alle condizioni che si presentano nel fegato e supera di gran lunga l’attuale tecnologia di coltura statica in vitro. Questi nuovi micro-dispositivi si sono rivelati particolarmente adatti a simulare una condizione cronica come quella della steatosi epatica non alcolica nel fegato dell’essere umano. “Grazie al sistema tecnologico che abbiamo realizzato – spiega Alberto Rainer, ricercatore del Laboratorio di ingegneria tissutale del Campus Bio-Medico – potremo ora far partire uno studio sperimentale per l’individuazione dei segnali predittivi della patologia, ovvero di marcatori biologici che, in un futuro non lontano, saranno riconosciuti grazie a una semplice analisi del sangue. Questo porterebbe non solo alla diagnosi precoce, ma anche alla possibilità di stabilire una stadiazione accurata della steatosi epatica non alcolica“. Gli stessi biomarcatori ricavati grazie alla tecnologia ‘liver-on-a-chip’ potrebbero rappresentare, inoltre, dei nuovi target terapeutici per lo sviluppo di farmaci innovativi.