Il 10 settembre del 2000 si verificava in Calabria una delle più gravi “stragi nel fango” d’Italia. Il camping “Le Giare”, costruito a ridosso del torrente Beltrame, in un’area soggetta a esondazione naturale, veniva spazzato via da un’onda di piena. Morivano 13 persone, fra cui turisti e membri di una colonia estiva formata da disabili e volontari.
La piena arrivò prima dell’alba, e fu causata in primo luogo da un tappo formatosi a monte del campeggio. Le forti piogge cadute nelle 48 ore precedenti avevano ingrossato il torrente. Le piogge cadevano su un territorio colpito dagli incendi estivi, e l’acqua trascinava con sé tronchi e detriti: proprio questi oggetti andarono a formare una vera e propria diga. Quando la diga di detriti cedette, l’ondata di piena fu ancora più distruttiva.

La strage di Soverato riempì le prime pagine dei giornali italiani per diversi giorni, e si tornò a parlare, a soli due anni dalla strage di Sarno, della necessità di fare di più per ridurre il rischio idrogeologico nel nostro paese.
Dal punto di vista legislativo lo Stato ha fatto passi avanti (ma non ancora sufficienti) per proteggere il territorio. Solo nel 1989 venne approvata la prima legge che si occupava di difesa del suolo. Rimase lettera morta fino al 1998, quando
la strage di Sarno “ricordò” ai politici l’importanza di prendere ulteriori misure.
Vennero allora approvati i PAI, i piani stralcio per l’assetto idrogeologico, importantissimo strumento di pianificazione. Si tratta di elaborati cartografici e relazioni che individuano al dettaglio le aree a rischio frana e a rischio inondazione, individuando anche quali debbano essere le misure da mettere in opera per ridurre il rischio.