“L’intervento che viene fatto è quello della gestione della prima accoglienza, quindi soddisfare i bisogni primari delle persone soccorse anche portando loro coperte e bevande calde. Questo è il primo segno di accoglienza e di ritorno a una realtà più stabile. Successivamente si mettono in moto le emozioni vissute durante l’episodio, che vengono eventualmente contenute e normalizzate“. Lo spiega Roberto Raia, psicologo del nucleo psicologico dell’emergenza della Valle d’Aosta, uno dei soccorritori che la scorsa notte ha aiutato le persone rimaste bloccate sulla funivia del Monte Bianco. “Non ci sono stati casi critici se non per una signora americana, proveniente da Filadelfia, che doveva prendere delle medicine: era carica dell’ansia accumulata durante tutta la notte di attesa e voleva al più presto rientrare a casa, come poi è stato. Essendo un evento complicato ma isolato, che non ha portato grosse conseguenze traumatiche, non è necessario per queste persone il supporto ulteriore da parte di un professionista psicologo“, conclude Raia.
