Il nostro volto, la nostra espressione facciale, i nostri difetti dicono quasi tutto della nostra personalità e Alexander Todorov, professore di Psicologia dell’Università di Princeton (Usa), ha condotto un’interessante ricerca, raccontata alla Business Insider, su come ci facciamo influenzare dai volti che vediamo.
I belli ad esempio, coloro che vantano una bellezza che corrisponde ai canoni classici, risultano essere agli occhi degli altri come simpatici, competenti, intelligenti e affidabili: ingranano una marcia in più insomma e il loro volto esprime migliori doti comunicative.
Chi invece ha una faccia che richiama il volto di un bambino (occhi grandi, volto rotondo e mento ristretto) emana una sensazione di innocenza, e quindi sincerità, ma anche di debolezza fisica, gentilezza e ingenuità rispetto a chi incarna un volto maturo.
Spesso sono le donne ad avere la cosiddetta “babyface” e i loro volti sono spesso recepiti come più remissivi, impauriti, amichevoli, collaborativi e felici rispetto ai volti neutri maschili.
Chi ha invece la pelle scura può assumere un atteggiamento di competizione e autorevolezza: naso più largo, sopracciglia più fitte e ravvicinate, labbra più carnose e sguardo più disteso risponderanno alla caratteristica di “competenza percepita”.
Volti più larghi, con sopracciglia più curve e sguardo vispo rispecchiano invece le peculiarità del viso da bontemponi che saranno percepiti come persone estroverse.
Sopracciglia più fini, naso più sottile, occhi più grandi saranno invece indice onestà e femminilità al contrario delle facce mascoline che invece incuteranno timore.
Un dato amaro rilevato dallo studioso evidenzia che tendiamo purtroppo a considerare più onesti e sinceri i volti che somigliano alla faccia e alle caratteristiche consuetudinarie dell’area in cui viviamo: uno stereotipo che alimenta inevitabilmente razzismo e xenofobia tra le persone.
