“Credo di poter dire, per quanto riguarda me e i mie compagni di allora, che piu’ che soccorrere i fiorentini fummo soccorsi da loro“: lo ha dichiarato Giuseppe Lalla, commercialista di Genova, ricordando con una battuta i giorni dell’Alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, quando fu richiamato in servizio come vigile del fuoco per portare aiuto alla città. “Ricordo un capannone per il ricovero dei mezzi meccanici: era deserto. Il nostro primo compito fu di montare i letti a castello. Peccato che non c’erano i materassi. Per fortuna il magazziniere di Genova mi aveva dato due coperte prima di partire. Furono quelle per un mese il mio materasso“. “Il sottufficiale che ci comandava ritenne piu’ opportuno, per non disperderci, di concentrarci in un solo rione. Fu una decisione saggia. Solo che rimanemmo ‘scollegati’ dai rifornimenti e per mangiare ci aiutarono i fiorentini. Ci invitavano a casa loro: ci fu il pranzo con la famiglia di una ragazza di cui si era innamorato un mio compagno, emozionatissimo, con tanto di bottiglia di Courvoisier stappata alla fine, o i ravioli in scatola mangiati per le scale di un palazzo, dove ci ritrovavamo spesso ospiti di due fratelli. Quest’ultimi poi ogni sera portavano tre di noi all’Impruneta, dove avevano una casa e avevano deciso di trasferirsi temporaneamente: arrivati su ci facevamo una doccia, poi cena in famiglia e quindi ci riportavano in citta’“. “Allora ho potuto toccare con mano lo spirito dei fiorentini, la loro compostezza e prontezza. Ricordo la dignita’ e l’eleganza delle donne fiorentine, anche se infangate dalla testa ai piedi. Credo che se la citta’ e’ risorta in breve tempo il grande merito sia loro. Ricordo un bar in San Niccolo’ che riusci’ ad aprire dopo una settimana: fu preso come il segno del miracolo, mancava ancora l’acqua potabile. Allora non esisteva la protezione civile, i mezzi erano pochi, mancava anche un po’ di coordinamento. I mezzi a nostra disposizione? Pompe di prosciugamento e pale. Pero’ succedeva ad esempio che svuotavamo i depositi di una libreria, accatastando i volumi in strada, poi la notte passavano le ruspe del Comune, i tombini erano aperti e la poltiglia dei libri ci finiva dentro. Cosi’ la mattina dopo dovevano entrare nei tombini e svuotarli“. “Ricordo i timori di trovare dei cadaveri in un garage che era stato invaso dall’acqua, fortunatamente infondati, e la tristezza della devastazione in una laboratorio di ceramica: sento ancora sotto i piedi i detriti di tutte quelle porcellane distrutte. E poi la nafta: aveva come ‘spennellato’ tutto, anche il Battistero: quella visione fu una pugnalata“.
