Dopo lo slow food, è tempo di slow medicine. Una medicina rispettosa del paziente, attenta a gestirlo al meglio e a non prescrivere test e pratiche cliniche inutili o addirittura controproducenti. Insomma più smart. La promuovono gli esperti della Società italiana di medicina interna (Simi) riuniti per il congresso nazionale di recente concluso a Roma. In relazione alla campagna Choosing wisely, ovvero ‘scegliere saggiamente’, varata nel 2012 dall’American Board of Internal Medicine, gli internisti italiani hanno messo a punto cinque regole per limitare le pratiche cliniche non necessarie e le terapie prolungate e inutili. “L’adozione di pratiche cliniche corrette migliora l’appropriatezza clinica e riduce la spesa sanitaria, perché per esempio diminuiscono i tempi di degenza spesso prolungati proprio per colpa di scelte mediche che comportano eventi avversi e obbligano a trattenere di più i pazienti in ospedale – spiega Franco Perticone, presidente Simi – Inoltre, la qualità delle cure migliora: per tutti questi motivi Simi ha aderito alla campagna Choosing wisely. L’obiettivo è anche modificare l’atteggiamento culturale e gestionale degli ultimi anni, in cui si è assistito a un aumento delle prescrizioni inappropriate perché si è passati a una medicina difensiva, in cui non si utilizza in primis il ragionamento clinico ma soprattutto la diagnostica quasi esclusivamente strumentale. Tutto ciò ha cambiato in peggio il rapporto medico-paziente: la medicina intelligente, infatti, è prima di tutto una medicina che ascolta attentamente il malato, lo visita, analizza e interpreta i singoli segni e sintomi e, grazie al ragionamento clinico, arriva alla sintesi diagnostica“. Risparmiare su test e visite di troppo consentirebbe di redistribuire meglio le risorse e, per esempio, destinare maggiori fondi alle terapie innovative che sono molto efficaci ma anche molto costose. Per questo Simi ha deciso di puntare su cinque regole che potrebbero aiutare a tagliare spese inutili e soprattutto migliorare la qualità delle cure erogate al paziente. “Il primo punto per cui ci battiamo è la mobilizzazione precoce. I pazienti lasciati a letto, soprattutto se anziani, perdono massa magra e si espongono al rischio di piaghe da decubito mentre alzarsi presto significa ridurre la degenza e migliorare la qualità di vita del malato – riprende Perticone – Seconda regola, no alle terapie antibiotiche nei pazienti asintomatici: è una pratica comune ma che non è fondata su principi clinici solidi e ha addirittura favorito la selezione di ceppi di germi resistenti e reazioni crociate fra molecole, in un momento in cui da anni non vengono sintetizzati nuovi antibiotici e i flussi migratori impongono una maggiore attenzione alle infezioni”. “Terzo, no all’uso prolungato degli antiacidi più usati, gli inibitori di pompa protonica: si utilizzano in cronico in pazienti in terapia, non solo antiaggregante o antinfiammatoria, senza però che ci sia un’evidenza clinica di efficacia nella prevenzione del sanguinamento gastrico e con le prove, invece, di un alto rischio di eventi avversi gravi. No poi anche ai cateteri venosi periferici, usati per comodità per giorni e giorni senza che vi sia una reale necessità clinica: oltre a essere spiacevoli per il paziente, aumentano la probabilità di flebite e infezioni gravi fino alla setticemia, soprattutto nei pazienti più fragili e ad alto rischio, con un aumento dei tempi di degenza e della spesa sanitaria per test e cure antinfettive. Infine, no al test di determinazione del D-dimero se non ci sono indicazioni precise, perché nella valutazione dell’embolia polmonare è spesso più efficace” un controllo di tipo clinico.
