Tumore allo stomaco per 73mila italiani, il 50% attratto da pseudocure

Quasi 13 mila nuovi casi di carcinoma gastrico sono attesi nel 2016 in Italia, dove quasi 73 mila persone (per il 55% uomini) vivono con una diagnosi di carcinoma gastrico. Alla luce di questi numeri, e vista la necessità di esortare Istituzioni e comunità scientifica sull’importanza di una diagnosi precoce e dei trattamenti clinici più avanzati, l’Associazione ‘Vivere senza stomaco si può’ ha organizzato a Roma il 1° Convegno nazionale. L’associazione, con sede a Ferrara e unica sul territorio nazionale, è nata nel 2013 e si rivolge a chi ha subito una gastrectomia totale o parziale per cancro, ai parenti, ai familiari e agli amici delle persone colpite da tumore allo stomaco, cercando di dare risposta agli innumerevoli problemi che vengono quotidianamente evidenziati. Tra i temi più sentiti il rischio che i pazienti in cura abbandonino le terapie di elezione, e in particolare la chemioterapia, a volte suggestionati da invenzioni pseudoscientifiche che purtroppo trovano eco anche sui media di larghissima diffusione. Un rischio denunciato con forza sia dai rappresentanti dell’associazione sia dai clinici presenti all’incontro. “La mia la percezione è che circa il 50% dei pazienti sia molto attratto da approcci di cura diversi da quelli convenzionali e cerchi attivamente informazioni – ha sottolineato allarmata Claudia Santangelo, presidente dell’associazione – Da alcune osservazione, poi, abbiamo ricavato l’impressione che circa il 20% potrebbe abbandonare la chemioterapia per intraprendere percorsi alternativi“. “Purtroppo il tumore allo stomaco non offre moltissime possibilità di sopravvivenza, se non curato adeguatamente – ha evidenziato Santangelo – E’ quindi estremamente importante poter contare su una diagnosi precoce, sulla possibilità di essere presi in carico in centri di eccellenza (dove trovare seri professionisti specializzati nel trattare di tumore allo stomaco: chirurghi, oncologi, nutrizionisti, psiconcologi) e sull’avere accesso alle cure farmacologiche più adeguate. Stiamo assistendo a un fenomeno che ci preoccupa molto, perché i metodi non convenzionali non hanno a che vedere con la lotta al cancro. Ho paura di perdere amici ammalati che potrebbero invece avere speranze di vita. E’ indispensabile ritrovare o trovare una sana alleanza e fiducia con il proprio medico curante“. “La malattia rende più fragili ed è umano che si possa cadere in mani sbagliate ,” ha osservato Carmine Pinto, presidente Aiom (Associazione italiana oncologia medica) e direttore dell’Oncologia medica all’Irccs Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. “Se da un lato per legge non si può imporre a un paziente maggiorenne e capace di intendere e di volere di sottoporsi a una determinata cura se non vuole, il ruolo dell’oncologo diventa basilare per evitare queste situazioni, o perlomeno per limitarne i danni. Sta a lui, infatti, instaurare un rapporto di comunicazione e fiducia con il paziente, ascoltarlo e discutere insieme i pro e i contro delle diverse terapie. Perché se il malato si sente ascoltato nei suoi bisogni e anche nelle sue paure, comprende il perché della terapia che viene proposta così come eventuali cambi di cura ‘in corsa’“.