Stamattina Paolo Veronesi, figlio dell’oncologo Umberto scomparso ieri a Milano alla soglia dei 91 anni, era in sala operatoria. “Purtroppo i pazienti non possono aspettare e sono dovuto andare a operare. Credo che lui avrebbe voluto così. Non è mai mancato un giorno al suo lavoro finché ha potuto. Quindi seguiamo questa strada e questo esempio”. Anche se “un altro come lui non c’è”. Ieri sera, sottolinea ai giornalisti davanti alla casa di famiglia, “ci ha lasciati una persona unica, un padre unico, non solo per noi figli, ma anche per più generazioni di medici e di scienziati che hanno condiviso le sue idee e lo hanno seguito, per chi lo ha conosciuto ma anche per chi non lo ha conosciuto”. In queste poche ore, confida, “ho ricevuto davvero centinaia e centinaia di testimonianze da persone, amici, colleghi, ma anche – e sono quelle che mi hanno fatto più piacere – dalle persone comuni: le tantissime donne che lui ha aiutato e salvato direttamente, o anche indirettamente grazie ai suoi insegnamenti e alle terapie che è riuscito a proporre e consolidare nel trattamento dei tumori. E grazie soprattutto alla nuova filosofia e al nuovo approccio a questa grave malattia che oggi viene vissuta in maniera completamente diversa rispetto al passato anche e molto grazie a lui”. Paolo ha seguito le orme del padre, nella Senologia chirurgica dell’Istituto europeo di oncologia, e presiede la Fondazione che porta il suo nome. “Lavoro con lui da 30 anni, da quando mi sono laureato nell”86. Spero di aver imparato qualcosa – dice – di poter continuare sulla sua strada, portare avanti le sue idee grazie anche alla Fondazione, ma soprattutto stando vicino ai tanti pazienti”. Ieri la telefonata del sindaco di Milano, Giuseppe Sala. “Ci ha chiamato offrendoci Palazzo Marino e la Sala Alessi. Domani ci sarà la camera ardente – conferma Paolo Veronesi – e venerdì mattina alle 11 dovrebbe esserci una cerimonia”. Una scelta in linea con il pensiero del padre. “Lui ha detto che Palazzo Marino gli sarebbe piaciuto molto”, assicura. “Trovare un unico aggettivo” per Umberto Veronesi, osserva il figlio, “è un po’ difficile. Forse la cosa che ho più ammirato in lui è la coerenza. I suoi principi non li ha mai cambiati. Non ha mai guardato a interessi, al denaro, ma ha sempre guardato avanti perseguendo le sue idee e questa è la cosa che ho ammirato di più. Naturalmente ce ne sono tantissime altre”. Difficile è anche trovare un suo ‘erede simbolico’. “Persone come lui credo che non nascano spessissimo – prosegue – Un uomo come lui non l’ho mai conosciuto. Io farò la mia parte, ma non sono lui e sono ben lontano da quello che era, però andremo avanti. Ha lasciato un segno importante in questa città e in questo Paese, in tutto il mondo scientifico. Non si fermava mai, andava sempre avanti. Quando aveva raggiunto un risultato e tutti pensavano che fosse finalmente tranquillo, lo rimetteva in discussione perché voleva cercare cose nuove, innovare, fino all’ultimo. Vedere cosa c’era dietro l’angolo è proprio stato il suo motto”. Negli ultimi momenti della sua vita Veronesi “era sereno – riferisce Paolo – Era già un po’ che chiedeva di lasciare questa terra, perché credeva di aver fatto tutto quello doveva fare. Quando ha capito che non era più in grado di aggiungere molto perché il fisico non glielo permetteva, si è ritirato, è stato sereno, ha avuto tutti i figli vicino e se ne è andato senza rimpianti”.
Veronesi, il figlio Paolo: un altro come lui non c’è
LaPresse/Roberto Monaldo
