Un testo che presenta luci e ombre, migliorativo su alcuni fronti ma che, su altri, desta non poche perplessità. E’ aperto il dibattito sulla riforma della legge 394/91 sui parchi italiani, oggi in aula alla Camera. Bene, ad esempio, l’introduzione del piano nazionale triennale per le aree naturali protette e quella di una sorta di cabina di regia per le strategie di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico; promossa la norma che chiede attenzione alla parità di genere nelle nomine degli organi degli enti parco. Ma preoccupano, invece, l’esclusione delle aree umide e di quelle della Rete natura 2000 dalla classificazione delle aree protette, gli aspetti legati alla governance e quelli relativi alle royalties. Insomma, se da una parte il testo licenziato al Senato è stato migliorato nel passaggio in Commissione Ambiente della Camera, rimangono punti da migliorare, come la governance e le royalties, e altri da modificare del tutto. Per Rossella Muroni, presidente di Legambiente, ”la discussione sulla 394 non esaurisce i bisogni delle aree protette; si è persa un’occasione importante per aprire un confronto ampio e approfondito su come vada tutelata e gestita la biodiversità in Italia nel 2017”. Vediamo nel dettaglio gli aspetti del testo che, secondo Legambiente, funzionano e quali invece andrebbero migliorati o riscritti del tutto. Tra le novità giudicate positive, introdotte in Commissione Ambiente, il piano nazionale triennale per le aree naturali protette, che ripristina un luogo di concertazione e programmazione condivisa tra regioni e governo e sarà finanziato per il triennio 2018/2020 con 10 milioni di euro l’anno. Riserva almeno il 50% delle risorse disponibili alle aree protette regionali e alle aree marine protette e prevede che le Regioni lo cofinanzino con risorse proprie; consente di ristabilire una sede unitaria dove promuovere strategie di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Buona la norma sulla parità di genere nelle nomine degli organi degli enti parco. Nei 23 parchi nazionali, infatti, sono solo 3 le donne che svolgono funzioni da direttore e solo 14 su 230 (il 6%) quelle nei consigli direttivi. Bene il rafforzamento di alcuni divieti (eliski e attività di prospezione, ricerca, estrazione e sfruttamento di idrocarburi liquidi e gassosi) e delle misure sanzionatorie per le violazioni di legge nelle aree protette; le indicazioni per il rispetto della normativa sull’uso dei prodotti fitosanitari; il divieto di introduzione dei cinghiali su tutto il territorio nazionale. Importanti novità anche per la gestione delle aree marine protette, tra cui l’incremento di 3 milioni di euro dal 2018 per la gestione e il funzionamento delle aree istituite, e i criteri per la partecipazione al bando a evidenza pubblica per la selezione dei direttori. Positiva anche la norma che prevede dal 2018 il passaggio della gestione delle riserve statali alle aree protette in cui queste sono presenti o limitrofe, e quella che prevede di svolgere ogni tre anni una Conferenza nazionale sui parchi. Criticata invece la scelta di non inserire le aree umide riconosciute dalla Convenzione di Ramsar e quelle della Rete natura 2000 riconosciute dalle direttive Habitat e Uccelli nella classificazione delle aree protette. Inoltre, non è stata presa in considerazione la proposta dell’istituzione di una Consulta per ogni parco, per garantire la partecipazione e il contributo del partenariato economico e sociale, e di un Comitato tecnico scientifico con funzioni consultive. Organi che, secondo Legambiente, avrebbero consentito di migliorare la governance dei parchi. Proprio sul fronte governance, per l’associazione vanno definite competenze maggiori per la nomina a presidente, mentre per la nomina del direttore il concorso pubblico andrebbe gestito da una commissione nominata dal ministero dell’Ambiente, prevedendo un solo vincitore a fronte della terna proposta nel testo. Da migliorare, inoltre, la parte relativa alle royalties, il meccanismo di risarcimento delle aree protette per i danni provocati alla natura dalle attività impattanti. Il modello di pagamento una tantum proposto dalla Commissione della Camera è giudicato peggiorativo, continua a escludere l’imbottigliamento delle acque minerali, le funivie e le cabinovie. Giudicata sbagliata la norma che esclude l’incarico di presidente di parco dall’applicazione della legge 95/2012 (disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini) che impedisce a chi è in quiescenza (cioè riceve una pensione o un vitalizio) di assumere incarichi dirigenziali. Parere totalmente negativo anche sulla norma che permette ai parchi di superare quanto prevede la legge 122/2010, misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, e altre norme del decreto legge 95/2012. I parchi potranno cioè non rispettare limiti di spesa e altri vincoli imposti ai bilanci di tutte le altre amministrazioni pubbliche per contenere le cosiddette spese inutili. Contrarietà anche all’articolo 27 che prevede la delega al governo per il Parco del Delta del Po, “poiché non si capisce che tipologia di Parco si voglia istituire. Chiediamo che si cancelli tale previsione e che venga istituito il Parco nazionale del delta del Po“, ribadisce Legambiente.
Parchi: riforma tra luci e ombre, ecco cosa migliora o peggiora
