La scossa di terremoto di magnitudo 3.5 che poco fa ha colpito il cosentino è l’ennesima scossa degli ultimi giorni tra il basso Tirreno e la Calabria occidentale: già nei giorni scorsi avevamo avuto numerose scosse di magnitudo superiore a 3 nel basso Tirreno. Fortunatamente in tutti i casi si tratta di scosse profonde, che non vengono avvertite dalla popolazione nonostante la magnitudo elevata.
L’esperto geologo dell’INGV, Alberto Michelini, tempo fa ha spiegato ai microfoni di MeteoWeb che “questa rilevante profondità non è un caso raro in questa zona, quella tirrenica appunto, dove il mare unisce Calabria Sicilia ed isole Eolie“.
L’esperto, infatti, illustra le specifiche secondo cui la litosfera oceanica sul quale si trova il basso Tirreno è soggetta a continui movimenti subduzionali, oltre alla presenza del vulcano di Stromboli che con la sua attività spesso causa tremori e vibrazioni sul territorio. “E’ logicamente necessario specificare – precisa l’esperto – che l’attività vulcanica stromboliana e terremoti come questi sono distinti e separati: si tratta di due cause molto diverse che portano ad un sisma. Nel caso vulcanico infatti, è il movimento della lava vulcanica e la pressione del gas al suo interno che provocano un tremore in tutta la zona circostante, che accompagnano di solito l’intera eruzione e colata lavica. Nel caso dei terremoti, la cause è completamente diversa. L’origine è dovuta al movimento di subduzione della litosfera oceanica che sprofonda nella litosfera continentale e questo punto di “scontro-unione” è la causa ed origine di tutte le frequenti scosse che si registrano nella zona“.
Michelini quindi intende specificare che “in questo caso, l’evento sismico è completamente indipendente dall’attività vulcanica stromboliana” Del resto gli esperti ci hanno confermato come la conformazione subduzionale è molto particolare in questa zona, con uno strappo di circa 200 chilometri in corrispondenza della Calabria in linea di massima.

L’INGV spiega i terremoti a grandi profondità del Tirreno meridionale
Ogni qualvolta un terremoto si verifichi a ridosso dell’ormai noto vulcano Marsili, in tanti si chiedono se la causa possa essere dovuta proprio ad un suo eventuale risveglio. In realtà si tratta dei terremoti al di sotto della crosta terrestre spiegati dalla tettonica a placche, che grazie alla spiegazione della dott. sa Lucia Margheriti, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, possiamo ampiamente spiegare. In queste aree si verificano generalmente eventi tellurici compresi tra i 100 e i 500 chilometri che non si verificano in altre zone d’Italia. In alcuni casi questi terremoti hanno magnitudo anche rilevante. Negli ultimi 5 anni ce ne sono stati due di magnitudo superiore a 5, e in passato, precisamente nel 1938, ce n’è stato uno addirittura di magnitudo 7,1, uno dei più forti registrati nell’area italiana. Come si distribuiscono gli ipocentri in profondità? Osservando in sezione, si nota un volume sismogenetico. Gli ipocentri in profondità non sono sparpagliati, ma si addensano formando una linea che viene chiamata piano di Wadati-Benioff, che definisce un piano inclinato dove la litosfera oceanica sprofonda sotto la litosfera continentale. Il nome deriva dagli scopritori, Hugo Benioff, del California Institute of Technology, e Kiyoo Wadati, dell’Agenzia Meteorologica Giapponese, due sismologi che riuscirono a identificare questi eventi prima ancora della teoria della tettonica a placche. Se osservassimo la sismicità a scala globale, osserveremmo che i terremoti non si distribuiscono su tutta la superficie terrestre, ma si limitano ad alcune zone: i margini delle placche litosferiche. I terremoti molto profondi a loro volta, si distribuiscono solo in alcune di queste aree, in particolare intorno alla placca Pacifica, dove si scontra con le placche circostanti.
