Cento anni per portare a termine una spedizione, ovvero l’attraversamento dell’Antartide, iniziata dal bisnonno celebre e portata a termine ora dal pronipote, Patrick Bergel. Nel 100esimo anniversario dell’epico viaggio di sir Ernest Shackleton, l’esploratore-poeta che ha salvato tutto l’equipaggio dopo l’affondamento della sua imbarcazione, un suo discendente è tornato al Polo Sud. Bergel è riuscito a stabilire un primato: e’ diventato il primo uomo a viaggiare nel bel mezzo dell’Antartide a bordo di una vettura ‘familiare‘, una Hyundai Santa Fe (motore diesel da 2,2 litri, speciali pneumatici e sospensioni su misura), superando tempeste di neve, terreni impervi, temperature glaciali.
Il bisnonno Shackleton, nel 1914, con un equipaggio di 27 persone, salpò da Londra alla volta dell’Antartide. Il Polo Sud era stato raggiunto tre anni prima dal leggendario norvegese Roald Amundsen: ma l’Imperial Trans-Antartic Expedition intendeva rivendicare, a nome della Gran Bretagna, terre di quella regione rimasta fino ad allora sconosciute. Appena approdata nel continente antartico, tuttavia, la nave Endurance (Resistenza) resta imprigionata nel pack del mare di Weddel. E’ gennaio, Shackleton decide di attendere lo scioglimento dei ghiacci, l’estate successiva. Ma la nave non resiste alla pressione della banchisa, e qualche mese piu’ tardi viene abbandonata. Dopo 498 giorni, e un viaggio lungo 1,300 km, l’equipaggio raggiunge Elephant Island a bordo delle scialuppe di salvataggio, ma le possibilita’ di cavarsela restano minime.
Shackleton, con altri cinque uomini e solo un mese di provviste, sceglie la scialuppa migliore per tentare disperatamente di raggiungere la Georgia del Sud. Un’avventura estrema, due settimane di navigazione in condizioni impossibili, seguite da 36 ore di marcia tra ghiacciai inesplorati una volta sbarcati sull’isola. Fino alla stazione baleniera di Stromness da dove Shackleton riesce infine a organizzare la missione di soccorso per tutti i suoi uomini. Un’impresa misconosciuta fino agli anni ’60, quando missioni più importanti e ben ‘corazzate’ di quella di sir Ernest misero in evidenza le grandi difficoltà affrontate e vinte dall’esploratore inglese, che morì fra i ghiacci nel 1922, durante l’ennesima sfida alla rigidità dell’Antartico.
