Il 9 maggio del 1978 gli occhi dell’Italia erano tutti puntati sul corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia, ritrovato in una Renault 4 rossa a Roma, in via Caetani.
Eppure, quel giorno un’altra tragica morte ha segnato il Paese: appena fuori Cinisi, in provincia di Palermo, durante la notte viene ucciso Peppino Impastato, giornalista, attivista, una delle voci che hanno cambiato il modo di combattere la mafia. Impastato ha sfidato il boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti, con le sue trasmissioni di Radio Aut.
La sua lotta contro Cosa Nostra – racconta Silvia Caprioglio per LaPresse – comincia da giovanissimo. Nel 1965, a 17 anni, aderisce al Psiup e diventa protagonista delle attività politiche e sindacali al fianco dei contadini e dei lavoratori della provincia di Palermo. Poi si dà alla radio come strumento di denuncia, anche attraverso la satira. Nel 1976 fonda Radio Aut con un gruppo di compagni. Tra i suoi obiettivi principali Badalamenti, a cui non risparmia duri attacchi nonostante le minacce ricevute. Si candida alle elezioni comunali del 1978 nella lista di Democrazia proletaria, ma poco prima del voto viene trovato morto: l’agguato è stato preparato per farlo sembrare un suicidio, ma i compagni di lotta hanno denunciato fin da subito l’omicidio, una verità che viene accertata a livello giudiziario solo anni dopo. Dopo un’archiviazione nel 1992, in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, l’indagine viene riaperta nel 1996. Il mandante dell’omicidio, Gaetano Badalamenti, viene condannato all’ergastolo nel 2002, a trent’anni Palazzolo.

