Terremoto, ricerca: il futuro dei borghi non è nel ricostruire tutto ‘com’era dov’era’

Ricostruire tutto com’era e dov’era e’ un’idea “ingannevole“. Nell’Italia centrale colpita dal Terremoto ci sono interi borghi distrutti, e l’alto rischio sismico fa sì che spesso non convenga la riedificazione nelle stesse aree rispetto ad altre aree o paesi contigui “a minor rischio”. L’architetto Sandro Polci, studioso del territorio e membro del comitato scientifico di Legambiente, dedica una parte del suo ultimo libro, “I Borghi Avvenire, visioni possibili per nuove economie” (Il Lavoro Editoriale), al futuro delle aree del sisma, anche in termini di sviluppo turistico. Un”operazione verita” su promesse e illusioni di una ricostruzione che, comunque vada, durera’ 10, forse 15 anni, fra “macerie rimosse in frazioni centesimali, alloggi temporanei presenti per frazioni centesimali, speranza e forza dei residenti rimaste in frazioni centesimali”.

Il punto di partenza sono i numeri dell’Ottavo Rapporto Nazionale sui Piccoli Comuni realizzato dallo stesso Polci e da Roberto Gambassi per Legambiente e Unioncamere. “Tra dieci anni – spiega l’architetto – secondo l’aspettativa di vita nei comuni del cratere (oltre 584 mila abitanti) avremo il 15% di morti di vecchiaia e circa il 37% di over 65”. Si prospetteranno cioe’ esigenze funzionali e di servizio diverse, mentre la popolazione giovane avra’ maturato “abitudini nuove in altri luoghi”, che forse difficilmente abbandonera’. Percio’, sostiene, dobbiamo “investire tutto su elementi credibili di futuro, come i nuclei familiari che restano realmente nel territorio o vogliono venire a insediarsi, le imprese con piani di sviluppo credibili (agricoli, turistici, manifatturieri, start up), e sui centri di eccellenza e poli universitari che creano gli enzimi della crescita”. Certamente vanno ricostruiti “i simboli culturali, sociali e religiosi” dei luoghi, ma una riflessione seria va fatta sulle seconde case: chi oggi le frequenta lo fa in molti casi per legami con gli anziani e i luoghi dell’infanzia, condizioni che difficilmente ci saranno fra 10-15 anni. L’idea di Polci e’ non investire per restaurare “abitazioni dove si va sempre meno e sempre in meno persone”, ma piuttosto nella rinascita di edifici, beni culturali e parti di borgo significativi, “con costi ragionevoli”.

Il trauma del Terremoto si elabora rafforzando in primo luogo “i legami sociali e gli affetti, non delegando il significato finale della vita a quel trave o a quella pietra”. L’obiettivo vero e’ infatti limitare il declino gia’ in atto fra questi monti e colline. Il turismo appenninico e’ una risorsa, ma le seconde case non ne sono automaticamente il perno. Nei 140 comuni del cratere le abitazioni danneggiate sono oltre 326.768, di queste piu’ di 82 mila sono seconde case, e quelle a fini turistici 41 mila. Le case che vivono in simbiosi statica con le abitazioni dei residenti andranno consolidate, ma le altre – e’ il suggerimento del ricercatore – potrebbero essere gestite come strutture ricettive turistiche, con una ricettivita’ “nella media dei comuni italiani al di sotto dei 5 mila abitanti: almeno 10 milioni di notti l’anno”. Un bel capitale di potenziale sviluppo turistico di impresa, partecipata e condivisa, “e dunque di nuove imprese acculturate e giovani, capaci di futuro”. Nel 2227, se non interverranno fatti nuovi, la popolazione dei borghi sara’ diminuita del 23% rispetto ad oggi: oltre il sisma si impone percio’ una nuova visione per l’offerta turistica: “qualificata, flessibile e condivisa”. Oggi Albergo diffuso, conclude Polci, domani “‘Albergo soffuso’, cioe’ residenza turistica diffusa, tourist cohousing, e nuove modalita’ airbnb”.