Sarà una vendemmia di buona qualità quella che si sta concludendo in queste settimane in Veneto: nonostante le gelate di fine aprile, un’estate di caldo torrido e di siccità e poi le grandinate impreviste di settembre, il grado zuccherino delle uve si presenta decisamente interessante. Una qualità discreta. O addirittura soddisfacente, che appare in grado di compensare la flessione nella quantità. Rispetto ai 13 milioni di quintali di uva, pari a 10,1 milioni di ettolitri di vino, prodotti lo scorso anno, in Veneto quest’anno, stimano i tecnici di Veneto Agricoltura, la vendemmia subirà una flessione del 10-15% nei quantitativi di uve raccolte, con andamenti molto diversificati a seconda dei vigneti, delle aree e delle varietà di vitigno.
Le aree che risentiranno maggiormente dai danni da gelo saranno quelle del Bardolino, del Custoza, della pianura di Vicenza, la Valdalpone per il Soave, S. Martino Buonalbergo per il Valpolicella e parte della pianura della Doc Venezia, dove si stimano perdite variabili dal 10 al 40%. Per il resto del territorio produttivo regionale le rese saranno inferiori di qualche punto percentuale rispetto al 2016. “Il Veneto, con 87 mila ettari di superficie vitata, si candida comunque anche quest’anno ad essere la prima regione in Italia per produzione ed export dei vini. Nel 2016 i viticoltori veneti hanno esportato per oltre 2 miliardi, un valore in crescita del 9 per cento rispetto all’anno precedente”, sottolinea l’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Pan all’Adnkronos.
Ma se nel vino la flessione produttiva causata da gelate e siccità è stata in parte compensata dall’entrata in produzione di nuovi impianti e da tecniche di coltura e vinificazione ad alta specializzazione adottate da imprese e cantine, ben più impattanti sono stati gli effetti delle anomalie del clima sulle altre colture tipiche della campagna veneta. Gli ortofrutticoltori del Veronese segnalano una flessione quantitativa di oltre il 30 per cento nei raccolti di mele e kiwi; inoltre, le pezzature di calibro ridotto obbligano i produttori a consegnare circa il 60 per cento del proprio raccolto al mercato di seconda scelta o all’industria di trasformazione. In flessione per quantità e qualità anche i raccolti di pesche, nettarine, albicocche e ciliegie.
E’ andata meglio per fragole e asparagi, pronti in anticipo grazie alla primavera anticipata, ma la grande offerta concentrata in poche settimane ha avuto ripercussioni negative sui prezzi di vendita. Otto mesi di assenza di piogge e il caldo torrido dei mesi estivi hanno dimezzato i raccolti di mais e soia in pianura, in particolare nel Polesine e nella pianura veneziana, padovana e vicentina, con ripercussioni dirette su stalle e allevamenti.
Meno grave, invece, la situazione per le colture di barbabietola. Il caldo anomalo e la crisi idrica hanno compromesso colture specializzate come il tabacco o colture invernali, come il radicchio di Chioggia Igp, penalizzato proprio nella stagione determinante del trapianto.
“La prolungata siccità nei mesi estivi ha causato danni quantificabili tra i 120 e i 170 milioni di euro all’agricoltura veneta, né le tardive piogge di settembre hanno consentito di recuperare le perdite – calcola l’assessore Pan – Le anomalie climatiche e, in particolare, le prolungate e ripetute siccità, impongono un ripensamento della gestione della risorsa idrica – considera l’assessore – La Regione Veneto, con ripetute ordinanze, ha imposto, nei bacini del Po, dell’Adige e del Brenta, che la gestione della risorsa idrica privilegi le vere priorità, cioè gli usi civili e quelli irrigui, e non la produzione idroelettrica”.
“Ma non basta. Dobbiamo superare la logica ‘emergenziale’, peraltro costosa e di limitata efficacia (il Veneto ha già speso 7 milioni di euro tra approvvigionamenti idropotabili e interventi per uso agricolo), e investire nel lungo periodo in un piano strutturale di investimenti. In Veneto servirebbe un piano da 180 milioni per gli usi civici, che comprenda la prosecuzione del sistema acquedottistico regionale Mosav , le barriere contro il cuneo salino nel Polesine e nel Veneziano, e investimenti nelle opere strutturali della bonifica per altri 113 milioni di euro”.
Tuttavia le ricorrenti crisi idriche e i cambiamenti climatici impongono cambiamenti anche di colture e di tecniche agronomiche: “Innovazione e ricerca devono guidare gli imprenditori del settore primario. La viticoltura ha già adottato tecniche, impianti e metodi assicurativi che garantiscono una gestione ottimale delle risorse, compresa quella idrica, e qualità ottimale del prodotto – conclude l’assessore veneto – L’agricoltura di domani dovrà privilegiare la specializzazione, la scelta di colture a risparmio idrico, gli investimenti nell’adeguamento tecnico e strutturale. Per questo abbiamo chiesto che l’Europa introduca, tra i principi cardine della riforma della PAC (politica agricola comunitaria), aiuti per l’adeguamento al cambiamento climatico ”.
