In uno studio italiano i ricercatori dell’Istituto Regina Elena e dell’ospedale Bambino Gesù di Roma hanno scoperto che nei bambini con leucemia linfoblastica acuta la proteina è ‘sovra espressa’, cioè è presente in quantità più elevate della norma.
I risultati dello studio, pubblicato su ‘Embo Reports’, identificano Che-1 e Myc come importanti marcatori tumorali di questa patologia, al momento della sua insorgenza e della sua recidiva.
Che-1 è stata scoperta nel 2000 dal team del Regina Elena coordinato da Maurizio Fanciulli. La proteina è normalmente espressa dall’uomo, perché è essenziale per la sopravvivenza cellulare: è coinvolta nel controllo della proteina p53 ed ha un ruolo oramai noto nello sviluppo dei tumori solidi, ma il suo coinvolgimento in ambito ematologico è una novità recente.
Oggi il team dell’Area di medicina molecolare Ire guidato da Fanciulli e il gruppo di ricerca del Dipartimento di oncoematologia e terapia cellulare e genica diretto da Franco Locatelli del Bambino Gesù aggiungono un nuovo tassello alla comprensione del ruolo della proteina umana nelle malattie neoplastiche.
“Il nostro studio ha coinvolto 80 bambini, 45 maschi e 35 femmine in media di 5 anni, con leucemia linfoblastica acuta,” spiega Locatelli. “Abbiamo identificato con le nostre analisi molecolari e per la prima volta il ruolo importante che svolge Che-1 nel progetto di proliferazione dei precursori dei B linfociti, che sono gli elementi cellulari da cui si sviluppa la malattia. In particolare, abbiamo dimostrato che Che-1 è altamente espresso in circa il 90% dei bambini colpiti dalla neoplasia, il suo livello si normalizza quando c’è una remissione della malattia, mentre la proteina è nuovamente sovra espressa al momento di una eventuale recidiva“. “Inoltre abbiamo visto che la proteina Che1 è regolata da c-Myc e possiamo dunque considerare entrambe le proteine come utili marcatori. L’inibizione di Che-1 non solo blocca la crescita delle cellule B precursori della leucemia, ma le rende più sensibili ai trattamenti chemioterapici. Queste scoperte potrebbero in futuro aprire la strada a trattamenti sempre più mirati soprattutto per quei bambini che non rispondono agli attuali trattamenti antitumorali“.
