Sono stati sviluppati molti prodotti fisici e chimici per rimuovere gli idrocarburi inquinanti dagli ambienti marini, ma spesso queste tecniche non sono in grado di rimuoverli completamente. In mare, la degradazione degli idrocarburi del petrolio è realizzata soprattutto da microrganismi, come batteri e funghi. È stato ben documentato che l’aggiunta di azoto e fosforo aumenta significativamente la crescita di questi batteri, con la conseguente promozione dei processi metabolici coinvolti nella biodegradazione del petrolio.
Ora uno studio dell’Università di Messina, realizzato da Mariosimone Zoccali, Simone Cappello e Luigi Mondello, ha analizzato la combinazione di due metodi per favorire la biodegradazione del petrolio. Gli autori si sono concentrati sull’utilizzo di uno spettrometro di massa a triplo quadrupolo (QqQ MS) con gascromatografia bidimensionale “comprehensive” con modulazione a flusso (FM-GC?×?GC) per una delucidazione multilivello delle potenzialità di biodegradazione delle popolazioni microbiche marine naturali durante un trattamento di biostimolazione.

La capacità di biorisanamento dei batteri biostimolati è stata valutata a 4, 8 e 14 giorni. Zoccali, Cappello e Mondello hanno dimostrato la progressiva degradazione di idrocarburi lineari, ramificati e aromatici, adamantani e diamantani.
La combinazione dei due metodi, gascromatografia bidimensionale “comprehensive” con modulazione a flusso e spettrometro di massa a triplo quadrupolo, è risultata essere uno strumento altamente selettivo sensibile. Secondo Zoccali, Cappello e Mondello, la biostimolazione sta emergendo come la migliore strategia per combattere i disastri petroliferi dopo le azioni di primo intervento.