Una zona del maceratese (Muccia, Pieve Torina, Fig.1) sta subendo una significativa crisi sismica, che in circa tre mesi ha prodotto quasi 300 scosse di M ³ 2, raggiungendo anche il grado 4 (4 Aprile) e 4.6 (10 Aprile). Siccome molte scosse sono state distintamente avvertite dalle persone, la preoccupazione è ovviamente elevata e quindi alcuni studiosi pensano che sarebbe opportuno mettere in atto misure precauzionali. Ovviamente, questo consiglio può essere molto difficilmente trascurato, poiché non si può certo escludere uno sviluppo più pericoloso della crisi. Lo spiega, in un elaborato approfondimento, il prof. Enzo Mantovani, docente dell’università di Siena e uno dei massimi esperti del settore sismico in Italia.

Però, per chi abita in quella zona, può anche essere utile conoscere alcune evidenze che incoraggiano a sperare che l’attuale crisi sismica in corso non sia la premessa di una scossa forte. La principale riguarda il fatto che la storia sismica del maceratese (Fig.1) documenta un’attività molto scarsa, e soprattutto non comprende scosse di M ³ 5.5, che potrebbe significare che nella zona non esistono faglie di dimensioni tali da liberare energie elevate.
Inoltre, si può considerare che la zona in oggetto ha già subito più di 1300 scosse di M³ 2 (Fig.2A), con alcune di magnitudo compresa tra 4 e 4.7, durante la fase che ha seguito il terremoto forte dell’ottobre 2016, che testimonia che questo settore fa parte della sorgente sismica che si è attivata con quella scossa.
Rimane comunque da capire perché l’attività di questa zona abbia subito un incremento negli ultimi mesi, dopo una fase di graduale decadimento (Fig.2A). La possibilità che l’attuale crisi sismica stia innescando una prosecuzione verso nord della frattura attivata nel 2016 non si può escludere, anche se si può notare che tale ipotesi sarebbe poco compatibile con la mancanza di scosse forti in quella zona (Fig. 1). Un’altra possibilità è che la ripresa di attività del maceratese sia un segnale che i valori massimi di sforzo indotti dalla perturbazione innescata dalle scosse del 2016 abbiano raggiunto questa zona. Questo può significare che nei prossimi anni la propagazione di questa perturbazione potrebbe raggiungere zone sismiche più pericolose (in base alla sismicità storica), come quelle di Camerino, Fabriano e Cagli e poi quelle situate ancora più a nord, mostrate in figura 3.
Queste e altre considerazioni implicano che alla luce delle attuali conoscenze non è possibile fare previsioni attendibili sullo sviluppo di una crisi sismica, e quindi la messa in atto di interventi di prevenzione può essere solo guidata da considerazioni di prudenza.
Comunque, a proposito di prevenzione, può essere utile segnalare che sono attualmente disponibili informazioni che potrebbero agevolare il riconoscimento delle zone dove l’impiego di risorse destinate alla messa in sicurezza del patrimonio edilizio è più urgente. L’approccio deterministico che ha permesso di ottenere tali conoscenze (Mantovani et alii, 2010, 2015a,b, 2016a,b, 2017a, 2018; Viti et alii, 2012, 2013, 2015) suggerisce che tra tutte le zone sismiche della catena appenninica i valori più elevati di sforzo interessano attualmente i sistemi di faglia situati lungo i bordi settentrionali ancora bloccati del settore di catena evidenziato in Fig. 3 (Alta Valtiberina, Appennino romagnolo e fascia costiera Rimini-Ancona).
Una situazione analoga può esistere nel bordo interno estensionale dello stesso cuneo, anche se alcuni dei suoi settori potrebbero essere meno esposti avendo già subito recenti attivazioni sismiche (Norcia 1979, Gubbio 1984, Colfiorito 1997, l’Aquila 2009, Amatrice-Norcia 2016-2017). I principali settori ancora bloccati di questo bordo corrispondono alle zone di Gualdo Tadino, Camerino, Fabriano e Cagli.
Una dettagliata descrizione della metodologia utilizzata per acquisire le informazioni sopra esposte è riportata nelle pubblicazioni citate, con particolare riferimento a quelle più recenti (Mantovani et alii, 2017a, 2018). Inoltre, per chi fosse eventualmente interessato ad una consultazione più rapida, i concetti di base dell’approccio proposto sono sintetizzati in due video che appaiono nel sito della Regione Toscana (Mantovani et alii, 2017b,c).
I primi risultati ottenuti con questo tipo di approccio (Mantovani et alii, 2012, 2013, 2014, 2015a,b), in stretta collaborazione con il Settore Sismica della Regione Toscana, hanno indicato che a questo punto dell’evoluzione la massima probabilità di attivazioni sismiche sembra esistere nell’Appennino centro-settentrionale. Questa informazione è stata segnalata al DPC (Dipartimento della Protezione Civile) nel 2013, a conclusione di un progetto di ricerca finanziato dal DPC stesso. Il fatto che i terremoti del 2016 e 2017 (Amatrice-Norcia) siano avvenuti nell’area da noi indicata nel 2013 e che lo stesso settore appenninico abbia anche ospitato gli altri forti terremoti avvenuti negli ultimi decenni (Norcia 1979, Gubbio 1984, Colfiorito 1997, L’Aquila 2009, Emilia, 2012), incoraggia a proseguire su questa strada.
L’ipotesi che in seguito alle perturbazioni del campo di deformazione che sono state indotte dalla sismicità precedente nella catena appenninica, in particolare quella avvenuta dopo il 1930, l’Appennino settentrionale sia attualmente caratterizzato da un livello di sforzo superiore a quello che sollecita gli altri settori di catena è anche compatibile con il fatto che il numero di scosse minori avvenute nel settore umbro-marchigiano-romagnolo nell’ultimo decennio è molto superiore a quello relativo alle altre zone sismiche della catena (Tab. 1). Questa distribuzione molto particolare di sismicità è anche evidenziata in figura 4.
E’ comunque doveroso precisare che le considerazioni riportate in questa nota non costituiscono in nessun modo un segnale di allarme per le zone prioritarie segnalate (Fig.3), in quanto non è assolutamente possibile fare previsioni sullo sviluppo temporale dei terremoti forti.
Sarebbe invece auspicabile che le informazioni qui riportate fossero prese in considerazione per scegliere le zone dove impiegare le eventuali risorse disponibili per interventi di prevenzione, per tentare di ottenere il massimo beneficio da tale operazione. A questo riguardo, si può ricordare un esempio significativo. Nel 2009, dopo la forte scossa dell’aquilano, sono stati eccezionalmente stanziati 800 milioni di euro per opere di prevenzione. Le risorse sono state distribuite su tutte le Regioni italiane, destinando però una larga parte del totale a tre Regioni (Campania, Calabria e Sicilia). Presumibilmente, questa scelta è stata guidata dall’idea che tali zone siano più pericolose delle altre, essendo state colpite da numerose scosse forti in passato. Purtroppo però, le scosse successive al 2009 hanno colpito l’Appennino centro-settentrionale (2012 Emilia, 2016 Amatrice-Norcia), a cui era stata assegnata solo una parte molto limitata delle risorse disponibili.
Nel caso in cui venissero stanziate altre risorse per lo stesso problema, sarebbe necessario che il loro modo di utilizzo fosse deciso tenendo conto delle competenze più avanzate nel settore, organizzando per esempio confronti pubblici in cui sia possibile un’analisi critica accurata delle argomentazioni a sostegno delle soluzioni proposte. Il tempo e l’impegno richiesti da tali attività sarebbero sicuramente compensati dalla possibilità di scegliere in modo giustificato il più efficace piano di interventi preventivi.
Si può infine ricordare che la Regione Toscana, nota per la sua grande attenzione verso la difesa dai terremoti, ha utilizzato le informazioni qui riportate per la gestione delle risorse destinate a interventi di prevenzione.
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