Al giorno d’oggi le battaglie per la grammatica e per il corretto uso di alcune espressioni sembrano quasi delle “cause perse”. Ci si sente un po’ come Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento. Ma la grammatica italiana fa parte della nostra cultura, del nostro bagaglio storico e della nostra stessa identità. Dunque perché calpestarla così, come se fosse un qualcosa di sacrificabile in nome della modernità, in nome dei neologismi e in nome del dannosissimo correttore automatico degli smartphone? Ci sono espressioni che non possono essere snaturate. Una di queste è “piuttosto che“, ovvero un’espressione alla quale troppo spesso si attribuisce un significato differente da quello che in realtà dovrebbe esprimere.

Si legge ancora su Treccani: “Parallelamente a quest’uso si osserva quello, altrettanto improprio, di piuttosto che col significato aggiuntivo di oltre che”. Esempio: “Al mercato potete trovare ogni tipo di verdura: pomodori piuttosto che peperoni, piuttosto che melanzane”. “Si tratta di usi decisamente sconsigliabili non solo nello scritto, ma anche nel parlato”.
Duri attacchi, dunque, da parte degli esperti, che proseguono: “Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «… piuttosto che … piuttosto che … piuttosto che …», oppure «… piuttosto che … o … o … », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?)”.
Ma quali sono le origini di questo modo errato di utilizzare l’espressione “piuttosto che”? “Per quanto mi riguarda – approfondisce la linguista -, non sono in grado di localizzare con sicurezza nello spazio e nel tempo l’insorgere della voga in questione. Mi risulta soltanto, sulla base di una testimonianza sicura, che tra i giovani del ceto medio-alto torinese il piuttosto che nel senso di o si registrava già nei primi anni Ottanta. È un fatto che questa formula è generalmente ritenuta di provenienza settentrionale (il che già contribuisce, presso molti, a darle un’aura di prestigio): «Un vezzo di origine lombarda, ma ormai molto diffuso, è quello di usare la parola “piuttosto” […] nel senso di “oppure”», osservava criticamente un paio d’anni fa, sulla rivista L’esperanto, anno 31, n° 3, 5 aprile 2000, il direttore Umberto Broccatelli (scrivendo però “piuttosto” in luogo di “piuttosto che”). Il lancio vero e proprio del nuovo malvezzo lessicale – precisa l’esperta -, avvenuto senza dubbio attraverso radiofonia e televisione (e inizialmente – è da presumere – ad opera di conduttori settentrionali), sembra potersi datare dalla metà degli anni Novanta“.
Certo, l’uso scorretto di “piuttosto che” è solo uno dei tanti errori grammaticali sdoganato come quasi corretto dall’uso corrente che troppi ne fanno, ma nell’era dell’informazione di massa e della comunicazione in tempo reale, sarebbe il caso di tornare al passato per non perdersi in futuro, ponendo maggiore attenzione a ciò che si dice e a come lo si dice.