Prima che le loro vite finissero in una trappola mortale sott’acqua, prima che in centinaia si mettessero in fila su una spiaggia libica per imbarcarsi su un battello senza ancora, i giovani uomini dei villaggi inariditi del Sahel avevano dei nomi. Due investigatori forensi, uno che gira in lungo e in largo per l’Africa e l’altra in un laboratorio universitario italiano, sono impegnati nella missione contro ogni probabilità di mantenere la promessa dell’Italia di scoprire questi nomi. Stanno cercando di recuperare le identità dei migranti morti quando un peschereccio sovraccaricato è affondato al largo della costa della Libia il 18 aprile del 2015, in quello che è il naufragio più mortale che si ricordi nel Mediterraneo.

I migranti del peschereccio avevano iniziato il loro viaggio in circa 20 Paesi, dal Bangladesh alla punta occidentale della Mauritania, secondo le informazioni dei due investigatori, dai documenti del governo italiano e dalle famiglie che temono che i loro cari fossero tra i passeggeri. Molti provenivano dalla regione africana del Sahel, dove si incontrano Senegal, Mali e Mauritania. Il figlio di Cheikh Fofana aveva telefonato intorno a quel momento per dire che sarebbe presto partito per l‘Europa. Fofana lo aveva avvisato di aspettare una barca più grande che potesse sostenere la furia del mare: “Gli ho detto di non prendere un’imbarcazione improvvisata, è molto pericoloso, è rischioso perché in mare non ci sono rami a cui aggrapparsi”. Il figlio, Tidiane, rispose che aveva già aspettato troppo ma che avrebbe cercato di prendere un’imbarcazione più grande. Quella è stata l’ultima volta in cui hanno parlato. Tidiane è sparito insieme ad altri due giovani della città. Non si sa se fossero tra le 12 file di uomini, 100 per fila, che si sono messi in coda sulla spiaggia il giorno prima che il peschereccio lasciasse la Libia.
All’ultimo minuto, arrivò un camion con altri 200 uomini dall’Africa orientale. Avevano pagato un prezzo superiore e per questo avevano la precedenza per imbarcarsi. Sul peschereccio non ci stava più nessuno, nonostante gli scafisti avessero cercato di far salire qualche altra persona. L’imbarcazione sovraccaricata percorse 142km dalla costa libica prima di iniziare ad affondare. Si scontrò con un mercantile che stava cercando di andare in suo soccorso ed affondò, portando quasi tutto il suo carico umano sul fondo del Mediterraneo. 24 corpi furono recuperati dall’acqua e portati nella vicina Malta. Ma l’isola non accettò i 28 sopravvissuti, che furono poi portati dalla Guardia Costiera italiana al porto di Catania. La barca attraccò nel mezzo della notte, quando una folla di volontari lanciò fiori e consegnò ai sopravvissuti generi di conforto.
Nei giorni seguenti, i pochi sopravvissuti chiamarono casa e la notizia della tragedia si diffuse come sabbia nel deserto. In quel momento, Fofana richiamava il figlio. Rispose uno sconosciuto che disse che Tidiane era partito per l’Italia. La famiglia, allora, decise di visitare diverse guide spirituali nella speranza di conoscere il destino di Tidiane. Uno disse soltanto che il figlio era in uno “stato di oscurità”. “So che se è morto, non c’è niente che io possa fare, per volere di Dio. Ma fatemi sapere: è vivo? È morto? È un dubbio che mi assilla”, sono le parole di Fofana, con il viso afflitto dall’angoscia.
Ci è voluto un anno per sollevare lo scafo e portarlo in Italia, al costo di 9,5 milioni di euro. Prima che collegassero le pulegge alla fragile imbarcazione, i sommozzatori a lavoro a 370 metri di profondità, lasciarono una corona di fiori sul ponte. L’operazione per riportare il peschereccio in superficie durò 20 ore e il video della marina finì in televisione. Il peschereccio penzolava da un’enorme imbracatura prima di essere posato al porto di Melilli, in Sicilia, dove i migranti avevano sperato di arrivare all’inizio del loro viaggio. Ed ecco che entra in gioco Cattaneo, la patologa più conosciuta d’Italia. Per la paura di volare, aveva preferito 13 ore di viaggio tra treno e traghetto piuttosto che un volo da 90 minuti. Era impavida quando si confrontò direttamente con la morte.
Mentre i vigili del fuoco indossavano tute di protezione per possibili pericoli biologici, Cattaneo portava jeans e maglietta, con un paio di guanti di lattice come unica protezione. La sua sicurezza tranquillizzò tutti. “Ho trovato davanti a me un tappeto di sagome umane che si estendeva in tutta l’area della stiva, quasi tutte con il viso rivolto verso il basso, alcune in posizione fetale, alcune gonfie dalla putrefazione, rese umane dai capelli, dai guanti, dalle maglie e dalle scarpe che indossavano”, scrive Cattaneo nel suo libro “Naufraghi senza volto”, pubblicato quest’anno. I corpi erano ammassati in 5 metri quadrati, “come una nave di schiavi”, dice Di Bartolo. “Per rispetto, nessun vigile del fuoco ha mai calpestato un corpo”, ha aggiunto. Nel laboratorio di Cattaneo, 50 patologi e investigatori forensi di 12 università italiane lavoravano in rotazione per estrarre e sequenziare il DNA dei corpi o i frammenti che emergevano dal mare. I patologi chiudevano sacchetti di plastica con gli effetti personali, abbinandoli ai numeri dei sacchi mortuari nel miglior modo possibile.
Mentre Cattaneo contava i corpi, 500 dal settembre 2016, il procedimento giudiziario è andato avanti. Il capitano tunisino del battello è stato condannato per omicidio colposo, tratta di esseri umani e a 18 anni di prigione. Il suo compagno siriano ha ricevuto 5 anni.
Il peschereccio non aveva un’ancora, il “capitano” non aveva idea di cosa stesse facendo e l’imbarcazione era troppo traballante per sostenere le onde o il peso di centinaia di uomini a bordo. Le indagini dell’ONU e dell’Europa in seguito hanno svelato che il capo dell’operazione era un trafficante libico soprannominato “Il Dottore”. Si ritiene che abbia inviato 45.000 migranti in Europa solo nel 2015 ed è tristemente conosciuto per la sua crudeltà e la debolezza delle sue imbarcazioni. Non è mai stato arrestato.
