Nonostante Neil Armstrong abbia posato piede per la prima volta sulla superficie lunare quasi 50 anni fa, solo altri due Paesi nel mondo sono riusciti a realizzare un atterraggio “morbido” sul nostro satellite: Unione Sovietica e Cina. Ora Israele intende unirsi a questo club esclusivo. SpaceIL è un’organizzazione israeliana che sta guidando la nazione verso le stelle dal 2011. Fondata con l’intenzione di promuovere l’educazione scientifica e tecnologica in Israele, il team ha immediatamente dichiarato un obiettivo ambizioso: portare Israele sulla luna. In quel momento, molti la considerarono un’idea ottimistica, un obiettivo su cui lavorare ma non qualcosa su cui contare troppo. In soli 8 anni, invece, SpaceIL si è assicurata una piattaforma di lancio, ha progettato una navicella in grado di raggiungere la superficie lunare e non vede l’ora di lanciare il progetto nelle prossime settimane.
Quando raggiungerà il satellite, eseguirà la manovra opposta, entrando nell’orbita della luna, diminuendo la sua velocità e abbassando la sua altitudine per un periodo di circa due settimane prima di raggiungere la superficie lunare con un atterraggio “morbido”. Nel complesso, il viaggio durerà circa 3 mesi. Bereshit non avrà equipaggio a bordo e dipenderà dai sistemi di guida a bordo e dai comandi remoti dalla base di controllo a terra. Ma non pensate che, dal momento che è senza equipaggio, non porterà con sé niente dalla nostra Terra.

Il Premier Benjamin Netanyahu è consapevole dell’importanza di questa missione: “Questo importante progetto ci mette in linea con le grandi potenze del mondo. Penso che tutti noi, cittadini israeliani, possiamo esserne orgogliosi. Stiamo trasformando Israele in una crescente potenza internazionale”. Il connubio fra alta tecnologia e toni religiosi suggerito da Netanyahu ha scatenato sul web l’ironia di molti israeliani. Qualcuno ha chiesto se sulla porta di Bereshit ci sia una ‘mezuza’, il cilindro metallico applicato agli stipiti delle case ebraiche che contiene una pergamena di benedizioni. Altri si sono ironicamente domandati se in ossequio all’ortodossia la navicella si fermerà durante il riposo sabbatico.
Dal punto di vista strettamente scientifico, l’obiettivo di Bereshit è quello di creare un profilo del campo magnetico lunare e di comprenderne l’origine. Oded Aharonson, che ha curato gli aspetti scientifici della missione, ha spiegato che Bereshit è dotata di un magnetometro che compirà rilevazioni ancora in volo, durante l’atterraggio e anche una volta stabilizzatasi sul terreno. “Riceveremo dati precisi sulle anomalie magnetiche e potremo così creare un profilo del campo magnetico lunare“, ha aggiunto.
La Corsa allo Spazio sarà anche una notizia di vecchia data in Occidente, ma l’immaginazione di Israele ha un certo appetito per le stelle. Il progetto è nato quando Google ha lanciato una gara da 30 milioni di dollari per far atterrare una navicella sulla Luna. Quel premio in definitiva non fu assegnato, ma il progetto di SpaceIL andò avanti ugualmente con il sostegno di uomini d’affari, con la partecipazione dell’Istituto Weizman di ricerca scientifica di Rehovot e con quella dell’Industria aerea israeliana. In seguito un altro importante contributo è giunto anche dalla NASA.
La sonda e la capsula rimarranno sulla superficie lunare con la speranza che un giorno possano essere recuperate, forse dalle generazioni future. Forse un giorno saremo talmente avanzati da inviare molte più persone sulla luna, trovare la navicella e recuperare tutti gli oggetti a bordo. Ma se anche così non fosse, rimarrà comunque qualcosa di molto bello. Se Israele raggiungerà questo storico traguardo nazionale, non sarà solo un successo tecnologico: con la capsula di Bereshit ci sarà sempre un pezzo di Israele e, più in generale, della cultura umana nello spazio.