Il 18 marzo 1940 il Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Benito Mussolini, e il cancelliere tedesco, Adolf Hitler, si incontrarono alla stazione ferroviaria del Brennero, per discutere dell’entrata in guerra dell’Italia. Il Duce decise così che anche gli italiani avrebbero preso parte al conflitto mondiale, iniziato già l’anno precedente, e che sarebbero stati al fianco della Germania, contro Francia e Gran Bretagna. All’entrata in guerra dell’Italia, che avvenne ufficialmente il 10 giugno 1940, il re affidò a Mussolini il comando supremo delle forze amiate.

Il fondatore del partito fascista era salito al governo il 30 ottobre 1922, e già prima del 1940 aveva dimostrato le sue mire espansionistiche: il 2 ottobre 1935 prese il via la campagna d’Etiopia; il 9 maggio 1936 venne proclamato l’Impero; il 7 aprile 1939 l’Italia occupò l’Albania e due giorni dopo ne sancì l’annessione. Durante il ventennio fascista si fece promotore di un blocco latino che, nel contesto dell’Asse, si contrapponesse alla Germania nazista per equilibrare i rapporti di forza. Ma nonostante le tensioni tra Italia e Germania venutesi a creare al momento dell’annessione dell’Austria, nel maggio 1939 Mussolini strinse il “Patto d’Acciaio” con la Germania, per poi dichiararsi, allo scoppio del conflitto, non belligerante. Fino all’anno successivo, quando, dichiarando di voler entrare in guerra, Mussolini creò differenti correnti di pensiero tra gli italiani, che si divisero tra interventisti, i quali accettavano l’idea della belligeranza, e chi invece non voleva che l’Italia entrasse a fare parte di quello che ormai si era già delineato come il secondo conflitto mondiale. Il resto, purtroppo, è storia conosciuta.