A 100 km in linea d’aria dalla costa est della Kamtchatka, punto di arrivo prefissato per la spedizione, Stefano Gregoretti – endurance athlete italiano – e il suo compagno Ray Zahab hanno scelto di fermare le slitte e di non proseguire nell’esplorazione dell’estrema penisola russa. Una scelta ponderata e anche sofferta, ma determinata dai limiti climatici e di conseguenza territoriali imposti da Madre Natura. Dopo 19 giorni dall’inizio della TransKamchatka, Stefano e Ray si sono trovati di fronte a una barriera invalicabile rappresentata dal fiume Zhupanova, a nord est della capitale della regione Petropavlovsk.

Le informazioni che si potevano raccogliere da Google Earth erano troppo imprecise e approssimative e non consentivano uno sguardo totale sul territorio. Molte volte, Stefano e Ray si sono messi in pericolo salendo sulle colline per cercare di identificare un punto lontano là in mezzo al bianco della neve che dettasse un sentiero di passaggio. Pericolo determinato principalmente dal rischio slavine, conseguenza del clima anomalo, e nemico da affrontare in tutte le fasi della spedizione.
La spedizione ha confermato, quindi, tutti i suoi aspetti di imprevedibilità che ci si aspettava in una situazione di pura esplorazione, compresa la possibilità di doversi fermare per ragioni di sicurezza che vanno al di là di un obiettivo prefissato.
Decidere di fermarsi è stata una scelta obbligata e imposta dalla natura stessa: “Nell’esplorazione non c’è mai una gara, non si tratta di sfidare qualcuno o qualcosa o addirittura la natura stessa. In 19 giorni abbiamo raccolto tantissime esperienze che serviranno da scuola per le prossime spedizioni o per chi, come noi, tenterà la stessa via”, racconta Stefano Gregoretti. Dopo tutto l’obiettivo era quello di esplorare e scoprire qualcosa di nascosto e sconosciuto.
