Allarme siccità: a rischio le colture di riso italiane, i risicoltori devono tornare all’irrigazione tradizionale

Un inverno avaro di precipitazioni, un inizio di primavera che non promette pioggia a breve e il rischio che a luglio non ci sia acqua sufficiente per consentire al riso di completare il suo ciclo produttivo e, quindi, di arrivare a raccolto. E’ allarme tra i consorzi irrigui piemontesi che, chiamati a fare i conti con risorse idriche, ad oggi, pari al 60% rispetto a quelle dell’anno passato, invitano i risicoltori del territorio a tornare, almeno per il 2019, all’irrigazione tradizionale, la tecnica della ‘pesta’ nei terreni bibuli, mettendo da parte quella della semina asciutta, a file interrate, allagando le risaie, dunque, come si faceva un tempo, fin da aprile, senza posticipare la sommersione a periodi in cui la disponibilità di acqua sarà minore.

Dopo due mesi di siccità ininterrotta, sia i fiumi, sia il lago Maggiore, che è il nostro principale bacino di rifornimento, sono ai minimi termini per questo bisognerà utilizzare al meglio la poca risorsa disponibile per consentire l’irrigazione di tutto il comprensorio che si estende su 250 mila ettari tra Vercelli, Novara e Biella – spiega all’Adnkronos il direttore dell’Associazione Irrigazione Est Sesia, Mario Fossati altrimenti c’è la possibilità davvero elevata che a luglio non ci sia acqua sufficiente per consentire al riso di completare il suo ciclo produttivo e, dopo aver sopportato tutti i costi che consentono alla pianta di esprimere al massimo il proprio potenziale produttivo, di arrivare a raccolto”.

Il novarese, pavese e vercellese, dove si coltiva oltre il 90% della produzione risicola italiana, che rappresenta il 50% di quella europea – prosegue Fossati – sono caratterizzati da una attività antropica secolare che ha dato luogo a una rete di canali fitta e tecnicamente virtuosa“. “La quantità d’acqua prelevata dai fiumi è pari a circa 280 metri cubi al secondo – sottolinea – ma nel pieno della stagione irrigua, una volta completata la sommersione delle risaie, la portata effettivamente distribuita ammonta in realtà ad oltre 390 metri cubi al secondo. Un aumento dovuto al fatto che la rete dei canali, con la naturale pendenza dei terreni e l’ interconnessione tra acque superficiali e sotterranee, consente il riutilizzo per più volte delle stesse acque con l’effetto, anche, di accumulare nella falda freatica grandi volumi d’acqua”.

LaPresse/XinHua

La semina asciutta – osserva ancora Fossati – è più comoda e meno dispendiosa per l’agricoltore sia sotto l’aspetto economico, sia sotto quello della fatica fisica ma non garantisce l’accumulo di acqua che potrebbe pertanto non essere sufficiente per l’intero comprensorio. Infatti, con l’irrigazione tradizionale le risaie vengono allagate ad aprile, quando statisticamente si verificano le piogge e quindi la disponibilità di acqua è maggiore, la semina asciutta, invece, richiede un grande quantitativo idrico da distribuire a giugno in concomitanza con la prima bagnatura del mais che necessita anch’essa di ingenti quantitativi di acqua e le reti irrigue non sono sufficientemente dimensionate a farvi fronte”. ‘Non è compito dei consorzi dire come coltivare ma è doveroso evidenziare criticità perchè l’innovazione, anche per la coltura del riso, dovrà comunque fare i conti con il clima che cambia e con le disponibilità idriche sempre minori”, conclude Fossati che ammette: ‘‘certo, se anche ad aprile contrariamente alle statistiche non dovesse piovere, a fronte di una situazione peggiore all’annata siccitosa del 2017, anche la semina diventerà un problema e per le aziende ci sarebbero gravi difficoltà, per questo bisogna giocare d’anticipo”.