Cristoforo Colombo e la “malattia della vergogna”: la sifilide, portata dalle Americhe, fu una piaga in Europa

La nuova malattia, considerata immorale nell'Europa del XV secolo poiché trasmissibile sessualmente, ebbe una virulenza eccezionale, fu altamente contagiosa e causava gravi ulcerazioni sul sito dell’infezione

Nel 1492, Colombo salpò per l’oceano ma di ritorno dal mare, potrebbe aver contribuito alla diffusione di una nuova malattia, la sifilide. La prima epidemia registrata di sifilide si verificò durante il Rinascimento nel 1495. Inizialmente, la malattia esplose tra l’esercito di Carlo VIII dopo che il re francese invase Napoli, per poi diffondersi e devastare il continente. La sifilide è una grave malattia, dolorosa e pericolosa, a cui fino al 30 giugno è dedicata la mostra “La malattia della vergogna” presso il Museo dell’Alto Medioevo (Museo delle Civiltà) a Roma, che raccoglie reperti, documenti e ricostruzioni di una grave tragedia sociale.

Provocata dai batteri Treponema pallidum, oggigiorno la sifilide è curabile con gli antibiotici. Se non curata, però, può danneggiare il cuore, il cervello, gli occhi ed essere fatale. La sifilide è sessualmente trasmissibile e ha quattro fasi. La prima è identificata dalla presenza di un’ulcera indolore sul sito dell’infezione, solitamente intorno alla zona genitale o della bocca. Dopo 3-6 mesi, appare un’eruzione cutanea che può verificarsi ovunque nel corpo e questo indica la seconda fase. La terza fase con pochi sintomi (o nessuno) può durare per decenni. Dopo questa fase, segue l’ultima, segnalata da una notevole ulcerazione della pelle che può risalire fino alle ossa, incluso il cranio, causando lesioni estremamente dolorose. Può anche svilupparsi demenza.

In Europa, la sifilide fu identificata per la prima volta dopo la conquista di Napoli nel 1495. L’Europa nel XV secolo era profondamente religiosa, quindi contrarre una malattia sessualmente trasmissibile era visto come un qualcosa di particolarmente immorale. La vergogna associata alla sifilide è alla base del nome diverso che ogni nazione dava alla malattia. Gli spagnoli la chiamavano la “malattia francese”, i francesi la “malattia napoletana”, i tedeschi il “prurito spagnolo”. Ma i nomi erano molti e nascevano solitamente dal fatto che un popolo indicava un nemico o un altro paese come responsabile della malattia.

La nuova epidemia ebbe una virulenza eccezionale, fu altamente contagiosa e causava gravi ulcerazioni sul sito dell’infezione. La colpa di tutto questo era data alla prostituzione, mentre il reale colpevole era il testosterone. Gli uomini infettavano le prostitute che poi trasmettevano la malattia ai clienti, che poi la trasmettevano ad altre donne in un circolo vizioso. I mariti la trasmettevano anche alle mogli, che a volte la passavano ai figli, che potevano contrarla anche da balie infette. Fu solo nel 1905 che la causa della malattia fu identificata nei batteri Treponema pallidum e solo negli anni del 1940 che l’arrivo della penicillina portò una cura efficace.

Ma nei secoli precedenti, i rimedi erano pochi e scarsamente efficaci, come l’utilizzo del mercurio che veniva bruciato in una specie di “sauna” in cui veniva rinchiuso il malato. Era una pratica dolorosa e molti pazienti morivano di avvelenamento da mercurio. Le fumigazioni facevano sparire le ferite esterne, ma la malattia progrediva, andando ad attaccare gli organi interni e portando il paziente alla morte entro pochi giorni. Un altro trattamento era rappresentato dal guaiaco, conosciuto anche come “legno santo”, di cui veniva somministrato un decotto. Era realizzato dalla corteccia delle specie di alberi che erano stati portati dai Caraibi e dal Sud America.

Gaspare Baggieri, coordinatore del Museo e curatore della mostra a Roma, spiega: “Per il mondo scientifico, la sifilide fu una vera dannazione: medici, speziali, farmacisti, ciarlatani si cimentarono spasmodicamente nella ricerca del “medicamento giusto”, attingendo a credenze, pratiche tradizionali e magiche, o affidandosi all’osservazione personale. Salassi e purganti, ovviamente, per eliminare la “materia peccans”, abluzioni e unguenti, rimedi stregoneschi come l’uso di apporre sulle piaghe galletti neri o rane sezionate. L’unico ad intuire qualcosa fu Gabriele Falloppio, che, nel ‘500, raccomandava l’igiene e l’uso di preservativi ante litteram, di tela, imbevuti di decotto di genziana, altri sciroppi e polvere di corallo e brodo di tartaruga. Fu tutto inutile, tanto che i medici venivano messi letteralmente alla berlina, perfino in alcuni quadri di genere che abbiamo esposto. Il pericolo delle malattie a trasmissione sessuale non è certo scomparso, basti pensare alla Sindrome da Immunodeficienza acquisita (AIDS). L’informazione sulla prevenzione di queste cure è ancora insufficiente e spesso si limita banalmente a propagandare il solo uso del preservativo, senza proporre una vera educazione alla sessualità e al controllo delle pulsioni”.