“Stiamo completando l’iter per la dichiarazione dello stato di emergenza a Quincinetto che consentirà di sbloccare l’avvio dei lavori per la messa in sicurezza del tratto autostradale della A5 interessato dalla frana che dal 2012 minaccia la strada e il territorio circostante” ha dichiarato ieri l’assessore piemontese ai Trasporti Marco Gabusi all’indomani della chiusura della A5 Torino-Aosta nel tratto tra Pont-Saint-Martin e Ivrea a causa di un nuovo spostamento della frana. La Regione Piemonte, in accordo con la Regione Valle d’Aosta e il Comune di Quincinetto, ha attivato tutte le procedure necessarie per avviare il piano di emergenza. La settimana scorsa i tecnici del dipartimento nazionale della Protezione Civile hanno effettuato il primo sopralluogo e hanno completato il dossier sulla situazione che ora è al ministero dei Trasporti, in attesa del riscontro del Prefetto, grazie al quale si potranno gestire le fasi del piano di emergenza. “L’accelerazione sul dossier rappresenta il primo importante elemento dell’attuazione dell’accordo di programma sottoscritto nei giorni scorsi tra le Regioni Piemonte e Valle d’Aosta. Operativamente è già iniziata la fase di pre-progettazione, che in due o tre mesi, ci porterà a capire quali saranno le soluzioni tecniche migliori“.

“Forse non è abbastanza chiaro che quella frana è bruttissima, pericolosissima. Sono anni che lo dico, come dico a tutti quelli che conosco di non passare in quel tratto di autostrada, anche quando è aperto,” ha dichiarato il docente a Repubblica.
Per spiegare quanto il rischio sia alto, bisogna immaginare, spiega il tecnico “un mucchio di pietre grandi una quindicina di metri per lato in bilico 800 metri sopra la strada. Ogni masso pesa qualcosa come 9 mila tonnellate, alcuni anche 12mila“: “C’è un cumulo di questi massi e ce ne sono alcuni che formano un fronte. Non si deve guardare solo i movimenti del mucchio, ma soprattutto quelli della prima fila: se ne salta uno e cade sull’autostrada già è una tragedia. Ma, ancora peggio, non si può prevedere quello che succeda a cascata agli altri“.
I movimenti dei massi sono collegati a un sistema di allarme che chiude l’autostrada, “ma il problema sono i tempi. L’allarme rosso scatta contemporaneamente alla centrale operativa della Sav, la società autostradale valdostana, che chiude la strada da Ivrea a Pont Saint Martin, e alla prefettura di Aosta, che dirama l’allerta ai sindaci della zona. Però prima che il tratto in pericolo sia libero dalle auto passano almeno 10 minuti“.
“Non si riesce a sapere quando scatta un allarme se il movimento si ferma o no e quale sia il punto in cui il masso perde l’equilibrio e viene giù. Se cade ci mette 20 secondi a dir tanto, visto che tra l’altro nella discesa non incontra né alberi né altro, visto che la frana precedente aveva già creato una pista liscia“.
Si rischia una strage? “È quello che continuo a dire,” risponde l’esperto.
Il monitoraggio della frana è iniziato “a ottobre. Prima c’erano i Gps dell’Arpa ma monitoravano solo gli spostamenti del cumulo, non il fronte. Io facendo dei sopralluoghi mi sono accorto che si muoveva e ho preteso un sistema di monitoraggio“.
Da ottobre ad adesso si è spostata “di 26 centimetri e sono tantissimi. Soprattutto perché è un tipo di frana che risente molto delle piogge e quindi in caso di maltempo ci si può aspettare un movimento improvviso“.
“Ho passato dei mesi attaccato al computer dove arrivavano i segnali. Nelle giornate normali guardavo i grafici 5-6 volte.
Quando pioveva non mi staccavo dal monitor tutto il giorno e la notte. A volte andavo a dormire per due ore e lasciavo mio figlio a vigilare. Adesso questo lavoro lo fa h24 l’Università di Firenze. Ma ripeto, in caso di allarme, nessuno può intervenire in maniera abbastanza tempestiva“.
Si può risolvere il problema? “Bisogna far brillare la frana – conclude Manzone – ma non è un’operazione semplice. Bisogna prevedere la chiusura della A5 e anche della ferrovia per settimane.
Sia perché i sassi che cadono danneggerebbero le infrastrutture, sia perché dopo un movimento del genere occorre fare accurati sopralluoghi per capire quale sia lo stato della montagna dopo quest’operazione“.
